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Salvaguardia del Creato, a Guardialfiera guardano il “Biferno scippato al Molise”

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GUARDIALFIERA. Annuale riflessione del Centro Studi “Perrazzelli”, che celebra oggi la 12esima giornata per la Salvaguardia del Creato, come illustra Vincenzo Di Sabato.

«I versicoli ecologici di Giorgio Caproni, quest’anno, nella seconda traccia agli studenti della maturità. I giovani contro i progetti del non senso. Il Biferno scippato al Molise e disperso già nel ventre del Matese, torni nel suo alveo naturale. “Non uccidere il mare, la libellula, il vento. Non soffocare il canto del lamantino. Difendi il galagone e il pino. Anche di questo è fatto l’uomo. E chi, per vile profitto fulmina un pesce o intorbida un fiume, non fatelo cavaliere del lavoro! L’amore finisce laddove finisce l’erba e dove l’acqua muore. E se scompare anche la foresta e l’aria verde, chi può più respirare nel sempre più vasto paese guasto? Tutto però potrebbe tornare al bello, se solo scomparisse l’uomo, massacratore del sempre più vasto paese guasto!”. Son allucinazioni profetiche tratte dai “versicoli quasi ecologici” – così definiti dall’autore Giorgio Caproni – scelti quest’anno per la seconda traccia della prova d’Italiano agli studenti della maturità.  Son ruvide attinenze calate per caso sulla odierna <12^ Giornata per la Salvaguardia del Creato>. Ed è anche correlazione leggiadra al messaggio di proposto dalla Cei e rivolto agli abitatori del mondo, perché possano stupirsi – come Giobbe – delle meraviglie di Dio avute in dono per essere custodite, utilizzate e coltivate per il progresso e perla pace. “Certo, il Signore è in questo luogo, ed io non lo sapevo” (Gen. 28,16) ricordano oggi i vescovi italiani. Sta proprio in questi nostri luoghi di vita in cui ci abbaglia e ci impegna l’onnipresente armonia generatrice e l’attualità del sesto giorno della creazione, quello in cui Dio impose all’uomo ed alla donna, di essere fecondi e di custodire il creato!

Questo creato che abbiamo qui, tutt’intorno, sotto la cupola del cielo, spennellato di colori teneri; questo residuo specchio d’azzurro che ho sotto gli occhi, appena mosso da una bava di vento, che incanta e frange le piccole onde iridescenti. Questo Molise buono, bello, dentro il quale s’abbracciano e s’intrecciano natura, arte, creazione, uomo. E’ proprio quest’ universo, in questa fiera terra sannita, ad essere insultato, profanato. E noi del Centro Studi, lo osserviamo, l’analizziamo da dodici anni e – ogni primo giorno di settembre – divulghiamo contorsioni e rimedi anche ai pubblici poteri, alla potestà politica, alle organizzazioni economiche ed ambientaliste, a tutte le orecchie di buon ascolto. Ma, ahimè, da tutte e da tutti senza mai una risposta, nessuna presa di posizione, senza alcuna osservazione, nessun rilievo. Larve senza volontà! Quasi una rinuncia, dunque, all’onore, all’amor proprio, all’amor patrio. E rischiamo poi di precipitare nella fossa dell’apatia e della depressione.  Sarà, a causa di tutto questo, che si moltiplicano indisturbati gli incendi dolosi accrescendo disastri all’ecosistema. Sarà per nostra incoscienza che a maggio non rimaniamo più incantati dalle bioluminescenti lucciole e che le farfalle, cantate da Sabino d’Acunto, veramente non volano più.

E l’ape? “Se scompare l’ape – allarmava Einstein – all’uomo non restano che quattro anni di vita”.  La natura, insomma, sta perdendo la pazienza, e se la perde sul serio, l’uomo è perduto. E saranno gli effetti collaterali d’un lassismo collettivo a tollerare sversamenti malefici a Montagano; a potersi tutelare “Guglionesi 2” il sesto posto fra le pattumiere più pericolose d’Europa e far riemergere dagli infossati di Cercemaggiore, alte percentuali di radioattività. Noi ci avvampiamo di sdegno. Il Lago di Guardialfiera è a secco, segna il livello più basso della sua storia. La massa ricettiva non c’è più. La sua capacità è convertita in melma, in materiale arido, in sostanze fecali. La sua bellezza è tramutata in uno scenario paludoso, lunare. E’ chiaro ormai che, senz’acqua, la sua finalità è fallita. Ma “vuolsi così”. E’ stato, perciò, urlato fino “alla barba”, l’indispensabilità di svuotare il bacino, liberarlo da streptococchi tossici e ridare spazio al liquido mancante, quello rivendicato rabbiosamente a valle, durante questa lunga siccità. Macché! Semplicemente perché è sempre tempo di pace beata per coloro che esercitano l’arte e la scienza del governare, subordinandola a misteriose altre bastiglie.  Il Biferno, però, davvero è una pozza stagnante, è davvero asciutto. Il suo volume maggiore, si sa, ci è stato scippato nel 1961 da Fiorentino Sullo per dirottarlo a Napoli. E va bene. Ma nessuno poi a rendersi conto e ad agire al riscontro dei collettori gracili che disperdevano acqua già nel ventre del Matese e alla verifica dell’inesistente rampollare del Biferno in Campania? A questo punto, vanificate tutte le emergenze e le esigenze sollevate dal parlamentare di Avellino e constatata la totale sciatteria partenopea, perché non rincanalare il fiume nel suo alveo naturale e saziare di legittimità e di acqua copiosa e pulita, la sete delle nostre genti e di questo nostro Creato?

Molti studenti a giugno, commentando i versicoli di Giorgio Caproni, hanno scritto che, per salvaguardare l’ecologia, basta appena evitare la festa dello spreco.  E non ricorrere a realizzazioni costose e a progetti del non senso. Basta assicurare igienicità, efficienza dei servizi e gestione onesta, premurosa di tutte le nostre belle piccole e grandi cose».

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