In Molise siamo tutti "Garibaldini"

Cultura
Termoli venerdì 19 maggio 2017
di Claudio De Luca
In Molise siamo tutti Garibaldini
In Molise siamo tutti Garibaldini © n.c.
TERMOLI. Da “gazzettieri”, quando magari si sia stati “messi alle strette” da certi politici, il primo pensiero è quello di evitare di scrivere ancora di questi Signori (tanto quanto vuoi che durino?) per dedicarsi più costruttivamente a don Peppino Garibaldi di cui è possibile dire di tutto (e di più!) perché non può più arrabbiarsi. Quel figlio di Caprèra è un po' il “Che de noantri”, col suo onor del mento, gli occhi chiari e la vita trascorsa a guerreggiare tra un letto ed un terreno di battaglia. Amato dalle donne ed odiato dai potenti, piaceva ai grandi più che ai ragazzi; aveva il consenso delle Autorità, della buona borghesia e dei professori anziani che s’inebriavano per certi suoi motti (mai pronunciati!). Oggi i più giovani lo considerano un po’ “trombone”, un filino ridicolo (per quel cappellino fantozziano sbilenco da veglione di Capodanno) e fuori dalle righe a causa del "poncho" multicolore. Ma una volta, alla “Scala” di Milano, furono esposte le sue improbabili reliquie: l’impacco che gli fasciò la ferita; la calza col foro patito sull’Aspromonte; lo stivale col buco generato dal proiettile in entrata; le bende avvolte intorno alla gamba ferita ed una bottiglia contenente vino prodotto dal Generale medesimo. Non potremmo mai liberarci dell’Eroe dopo di avere visto busti e targhe che segnano i luoghi dove passò, dormì, mangiò, previde, divinò, corse… Le sue statue vengono collocate sotto gli alberi. Don Peppino, in arcione sulla sella, conserva un’aria sempre stanca, quasi che in quella piazza fosse giunto a piedi dopo una lunga cavalcata. Talvolta, privato del destriero, se ne rimane appoggiato alla sciabola (come un vecchio al suo bastone) e guarda in basso coloro che transitano sotto i suoi piedi. Gli scultori amano insaccarlo in grosse brache a bandiera e gli mettono indosso una camicia rimborsata. I tanti appassionati di “storia” dei Paesi molisani ne hanno inventate tante su di lui. Una volta un oste dell’Isernino “partorì” una targa con la scritta: ”In questa trattoria Garibaldi non mise piede, ma solo per puro caso”. Nel frattempo spiegava agli avventori quale fosse stato l’intoppo che aveva intrattenuto l’eroe. Su di un’abitazione si leggeva (“’a ridaje!”): ”In questa casa avrebbe dovuto dormire l’eroe dei due mondi se un’improvvida notizia non l’avesse costretto a proseguire”. Una benemerita studiosa genovese ha pubblicato “Dir bene di Garibaldi “ dove ha raccolto 155 epigrafi, dando conto pure di questi (improbabili!) parti molisani. Il Generale era visto dal popolo come un Santo liberatore. A Palermo era considerato “parente” di Santa Rosa, a Napoli “cugino” di San Gennaro. A Larino, in Villa Borzillo, c’era una cappella gentilizia sconsacrata sul cui altare il medico condotto don Ciccio Ricci, sedicente àteo dichiarato, aveva posto, in luogo delle usuali icone sacre, un mezzobusto del “pensionato” di Caprera ed un “gesso” di don Peppino Mazzini. Insomma l’intero Molise ha gratificato il condottiero con statue equestri ed epigrafi e sembra quasi che egli abbia unificato la Penisola riposando tra una trattoria e l’altra e desinando come un comunissimo “bon vivant” dèdito alla crapula. Grazie alla sua ossessiva “presenza” (equestre ed appiedata), alle vibranti liriche del Carducci ed alla retorica storiografica risorgimentale, i Molisani gli hanno voluto (e gli vogliono!) un gran bene. Volete mettere la soddisfazione di potersi esprimere criticamente, sostenendo che il Generale a cavallo era un eroe (“chapeau”!) in arcione; che, se in armi, era una forza della natura; che, quando sedeva in Parlamento ed a Palazzo, parlava e scriveva, sia pure utilizzando un curioso linguaggio? Al contrario, potremmo mai vergare un’analisi simile a quella tracciata per Garibaldi dovendo riferire dei comportamenti dei nostri politicanti di Regione (eccezion fatta per taluni)? Claudio de Luca