Tonino Perna, la storia del secondo crack privato italiano: una Parmalat molisana
TERMOLI. I magistrati che hanno scoperto la bancarotta fraudolenta di Tonino Perna, da ieri agli arresti in carcere a Isernia, per aver creato un buco di oltre 61 milioni di euro, sono convinti di aver fatto luce sul secondo caso italiano per importanza e cifre dopo quello della Parmalat, che a cavallo tra la fine del 2003 e il 2004 tenne banco per quasi quattro mesi, tutti i giorni, nei telegiornali nazionali.
Perna come Calisto Tanzi, dunque, e non è un caso che ieri sempre sui media c'erano entrambi i protagonisti di questa finanza sin troppo creativa, l'uno appena finito in cella e l'altro in una delle tante udienze dei processi dove è ancora coinvolto, nonostante le condanne già subite.
Parafrasando, potremmo dire che la questione Perna, legata alla vecchia stagione della Ittierre - fa bene chi oggi precisa che il gruppo tessile è in mani ben più salde - è una Parmalat alla molisana.
Non a caso, nelle pieghe dell'ordinanza di custodia cautelare di ieri, c'è chi ha rinvenuto il sequestro di ville a Capri e Porto Cervo, abitazioni a Roma e persino un panfilo, ma il vezzo che potrebbe accomunare Perna a Tanzi è la smisurata passione per le collezioni d'arte, in cui entrambi avrebbero investito moltissimo denaro, sottraendolo alle attività dei rispettivi gruppi.
Bem
Per avere un quadro più fedele e completo della storia della Ittierre, proponiamo un resoconto pubblicato sul sito http://www.adgnews24.com/.
"Con l’ imputazione di bancarotta fraudolenta per un “crack” del valore di 61 milioni di euro, in esecuzione di un provvedimento cautelare emesso dal gip presso il locale Tribunale, la Guardia di Finanza di Isernia, ha arrestato l’imprenditore Tonino Perna, già azionista di controllo e presidente della It Holding, società della moda che produceva per i maggiori marchi nazionali.
Tonino Perna, imprenditore della moda, ricorda una nota della Gdf, che lo ha arrestato per bancarotta fraudolenta è stato al vertice del gruppo societario It Holding operante nel settore tessile ed era ritenuto di assoluta rilevanza nel campo della moda, per aver la licenza di produzione e vendita di abbigliamento con le licenze dei marchi delle più famose griffe nazionali, quali Gianfranco Ferrè, Malo, Romeo Gigli, Just Cavalli, Dolce & Gabbana ed altre. Su disposizione dell’autorità giudiziaria di Isernia, sono in corso ulteriori attività finalizzate al sequestro preventivo di beni riconducibili all’imprenditore, fra cui una imponente villa sull’isola di Capri adiacente a quella di Luca Cordero di Montezemolo.
Perna è stato per anni un protagonista della moda italiana. La sua prima creatura, la Pop 84, rivoluzionò il casual negli anni Ottanta. Nel 1990 uscì dalla società anche a seguito di una lite giudiziaria con suo fratello Remo, anch’egli operatore del settore (ma estraneo all’attuale fallimento) e si dedicò alla Ittierre, costituita per aggredire il mercato del lusso accessibile, in pratica il mercato delle seconde linee firmate. Perna fu tra i primi a sperimentare con successo le licenze: Trussardi, Versace, Dolce & Gabbana con le quali, negli anni Novanta, i fatturati volano. Nel 1997 Perna quotò in borsa la IT Holding che era era di fatto la società controllante la Ittierre, il cui titolo sarà destinato a restare sotto il livello di quotazione.
Pur oberato di debiti Tonino Perna tentò nel 2002 il grande salto nella moda: da licenziatario a proprietario di marchi prestigiosi, con l’acquisto della maison Ferrè e gli stabilimenti Malo e Gigli. Il gruppo It Holding, diventata capofila delle varie attività della famiglia, cerca nuovi mercati e fatturati e per questo cresce anche l’indebitamento. La crisi del settore e le pressanti richieste di rientro delle banche portano It Holding al default. Perna cercà un partner o un cavaliere bianco senza però mai trovarlo trova, per arrivare allo scorso marzo 2009 in cui le banche lo hanno costretto a gettare la spugna e la società finì in amministrazione controllata.
Perna in un delirio imprenditoriale anni fa agli inizi degli anni 2000 rilevò dall’ americana Citigroup anche la la rete di societa’ Diners Club International attive in nove Paesi europei e 30 Paesi africani. L’operazione – recitava una nota – avrebbe consentito a Perna (nei suoi piani andati in fumo ) attraverso la sua società finanziaria personale, la GTP Holding di posizionarsi come “player globale” a livello europeo nei servizi finanziari, con una massa di intermediato che raggiungeva a suo tempo i 12mila miliardi di lire.
Una buona parte della responsabilità del crack è sopratutto da imputare all’imprenditore molisano, noto oltre che per il suo gruppo attivo nell’abbigliamento anche per detenere una delle collezioni d’arte più ricche d’Italia. Molti i punti dolenti (ed oscuri) di un’avventura finita male e su cui si sono accesi i fari della magistratura e della Guardia di Finanza.
Sono stati posti sotto sequestro tre immobili a Capri, tra cui una sontuosa villa, una casa in pieno centro a Roma, in via dei Greci 34, un’altra villa a Porto Cervo, uno yacht e conti correnti per centinaia di migliaia di euro. A richiedere e ottenere il provvedimento di custodia cautelare a carico dell’ex numero uno del gruppo dell’alta moda It holding è stato il procuratore di Isernia, Paolo Albano con i pm Federico Scioli, Marco Gaeta ed Alfredo Mattei. Perna è stato arrestato e tradotto nel carcere della città molisana.
Il gip Roberta D’Onofrio, ha accolto le richieste della procura, ed ha disposto anche tre misure di interdizione dell’esercizio della professione nei confronti di tre ex amministratori delle società del gruppo IT Holding: il commercialista Simone Feig, l’avvocato Antonio Di Pasquale e Maurizio Negro, tutti indagati per i medesimi reati contestati a Perna. Complessivamente nel registro degli indagati vi sono venti nomi. A Perna sono contestate numerose attività e condotte distrattive che avrebbero progressivamente portato al depauperamento del gruppo IT Holding, sino al fallimento. Da gennaio 2009 il gruppo si trova in amministrazione controllata (Legge Marzano).
Molti debiti e per troppi anni
La IT Holding quando chiese il ricorso alla Legge Marzano, aveva in cassa poco meno di 20 milioni di euro e per la seconda volta in pochi mesi però non era riuscita a restituire alle banche che la finanziavano una rata di soli 9,4 milioni, ritardando continuamente i pagamenti dei fornitori e dei dipendenti. Una liquidità pressochè inesistente a fronte di debiti finanziari netti per 300 milioni. Troppi, e che venivano da origini lontane e ben note al sistema. In pratica Tonino Perna era da sempre abituato a lavorare con soldi non suoi , venendo sempre finanziato dagli istituti di credito. Un dato rilevante è che i suoi debiti con le banche e obbligazionisti al momento del fallimento del 2009, erano dello stesso importo anche nel 2004, cioè cinque anni prima. Debiti che quindi non sono mai scesi sotto quella soglia in tutti gli anni dal 2004 al momento del crack. Ma l’indebitamento in realtà diventò un pericolo soltanto allorquando eccedette i livelli di guardia. Livelli che Perna aveva praticamente sempre superato in passato. Il patrimonio netto della IT Holding era di 145 milioni nel 2004 sceso ai 102 del 2008. Praticamente i debiti erano circa tre volte il capitale sociale della società. Qualsiasi ragioniere o revisore contabile serio avrebbe dovuto accendere il semaforo rosso da tempo . Infatti se non c’è sufficiente produzione di cassa e redditività il debito diventa insostenibile.
La gestione operativa della società guidata da Perna (ed a lungo da Giancarlo Di Risio, un ex-pilota di rallye….poi passato ad altre aziende) produceva utili operativi pari a solo il 5-7% del fatturato: vuol dire che su quasi 700 milioni di ricavi prodotti negli ultimi anni, appena 40-50 milioni diventavano utili operativi. Ma nello stesso tempo l’eccessivo indebitamento finanziario e gli alti interessi pagati (erano 36 milioni di euro l’anno) mangiavano quasi tutto l’utile operativo. Per non parlare degli utili netti. Dal 2004 al 2008, complice la bassa redditività e l’alto debito, IT Holding ha chiuso un solo anno in utile (il 2007 per soli 3,4 milioni). Tutti gli altri in perdita. Negli ultimi 5 anni IT Holding ha accumulato 47 milioni di perdite.
Debiti anche a monte
Non solo IT Holding era costantemente sotto il fardello dei soldi presi in prestito dalle banche, anche Tonino Perna si era fortemente esposto con le banche nella sua holding lussemburghese Pa Investmemts Sa. Nel 2006 avvia un prestito con Efibanca (Banco Popolare) per 135 milioni. Paga l’Euribor sei mesi con uno spread del 2,5%. Se si somma il debito ai piani bassi con quello a monte si ottiene un fardello di debiti di quasi 440 milioni, tutte in capo alla GTP Holding che ha il 61% della IT Holding quotata. Per far ciò Perna dà in pegno tutte le azioni di sua proprietà in IT Holding.
Ma in pegno alle banche, fin dal 2004, vi erano anche tutte le altre azioni della galassia: Ittierre, Ferré, Malò. Del resto c’era ben poco da stupirsi. Vista la rischiosità del business tutti quelli che prestavano denaro a Perna chiedevano molte garanzie. In fin dei conti Perna giocasse con il fuoco del debito lo dice anche il rendimento chiesto dal mercato per sottoscrivere il bond emesso per finanziare l’acquisto di Ferrè: 185 milioni emessi tra ottobre 2005 e maggio 2005 con una cedola del 9,8%. Cedola da Paese sudamericano.
E forse non è un caso che IT Holding chieda l’ombrello della Legge Marzano pochi giorni prima di dover saldare una rata del prestito Efibanca. Il 15 febbraio di quest’anno la controllante di IT Holding (la lussemburghese PA) avrebbe dovuto staccare un assegno da 34 milioni di euro in favore di Efibanca. Perna chiaramente non aveva soldi in cassa.
Bilanci ”taroccati”
Perna aveva una leva finanziaria da sempre molto aggressiva ed a rischio. In questi casi basta una flessione dei margini per andare in crisi di liquidità. Ma c’era dell’altro e ben più importante. Oltre ad un così debito elevato i conti di IT Holding apparivano “pompati” sul lato dell’attivo. C’era da chiedersi se il magazzino del gruppo fosse stato svalutato correttamente, come è corretto, normale e fisiologico fare in aziende del settore abbigliamento al termine di un periodo che va dai 18 ai 24 mesi. Un’altra domanda da farsi era sul lato dei crediti commerciali con scadenza superiore ai 90 giorni, nel bilancio a fine 2007 la quota risultava essere di ben 42,5 milioni. Ma è soprattutto da rilevare che vi erano la bellezza di 243 milioni di euro conteggiati tra le immobilizzazioni immateriali. Il marchio Ferré era iscritto a 149 milioni di valore, Malò ne avrebbe valso secondo loro 15. E poi ci sono gli avviamenti: 58 milioni venivano conteggiati solo per la Ferré.
In realtà Malò era un disastro da anni, con un fatturato esiguo e non a caso perdeva al ritmo del 10% dei propri incassi. Quindi certamente non poteva valere le cifre “taroccate” iscritte a bilancio. La Gianfranco Ferré aveva perso sia nel 2005 che nel 2006 e faceva utili irrisori. Anche a distanza di sette anni da quell’acquisizione per 182 milioni, non poteva avere il valore così alto conferito prima del fallimento del gruppo guidato da Perna . Chiaramente né gli amministratori, tantomeno i sindaci né i revisori hanno mai pensato di svalutare marchi e brevetti e avviamenti deteriorati. E questo la dice lunga su come ci siano “professionisti” della malversazione finanziaria, dei bilanci “taroccati”, invece di vigilare sulla correttezza dei bilanci di una società quotata in Borsa come era appunto la IT Holding.
E’ toccato quindi ai Commissari nominati dal Ministero dello Sviluppo Economico (nominati dal ministro Scajola, in carica al tempo) accertare la capienza di quelle svalutazioni. Logico chiedersi perchè non si è mai provveduto in precedenza. Altrettanto semplice dedurlo. Se si fossero svalutati solo la metà di quei 243 milioni, il capitale netto di IT Holding sarebbe finito in segno negativo. E se non hai alcun patrimonio solvibile ed affidabile non puoi richiedere ulteriori soldi alle banche né tanto meno provare ad emettere un bond sul mercato. Una fonte che voleva rimanere anonima diceva in quei giorni: «È probabile che IT Holding fosse tecnicamente fallita già tre anni prima. Si è andati oltre camuffando la verità contabile per continuare a pompare soldi alle banche». Ma la festa è finita. Ed ora Perna è in carcere.
Ancora una volta la prova che nel mondo della moda dopo il fallimento della Finpart e del gruppo Mariella Burani Holding, che come la IT Holding erano tutte società quotate in Borsa, vi sono imprenditori senza scrupoli e dediti solo all’arricchimento personale, i quali attraverso importanti investimenti pubblicitari e consulenze d’oro…hanno sempre messo a tacere i giornalisti che per conto delle principali testate italiane seguono il settore. Per loro è più comodo sedersi in prima fila alle sfilate ed aprire costosi pacchi regalo, o farsi “scorazzare” in viaggi e vacanze di “piacere” invece di fare i giornalisti e magari farsi qualche domanda e realizzare qualche inchiesta. E pensare che Perna era stato persino nominato anche “cavaliere del lavoro” .
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