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Domenica 26 Maggio 2013

No war, never! Clemente Rebora

Michela Tartaglia

Il milanese Clemente Rebora merita ben più che  il breve inserimento antologico nella schiera dei poeti che vissero, subirono e scrissero della Prima Guerra Mondiale. Finora, su questo versante, i versi franti di Ungaretti sembravano aver fotografato ed esaurito l’orrore dell’uomo “tra melma e sangue” nella carneficina del grande conflitto. Ma altre voci liriche, più trascurate, ma non meno eloquenti e intense, meritano di essere conosciute. Quella di Clemente Rebora fu una grande scommessa: misurarsi col mondo degli affetti, delle idee, delle parole, dei suoni per fondere il tutto, per tentare di afferrare “una verità” a volte percepibile, quasi mai rivelabile.” Qui nasce, qui muore il mio canto:/ e parrà forse vano/ accordo solitario;/ ma tu che ascolti, récalo/ al tuo bene e al tuo male:/ e non ti parrà oscuro”. E’ il primo dei Frammenti Lirici ed è il programma di un percorso poetico affranto, con cadute psicologiche vertiginose e risalite faticose e precarie, fino all’approdo nel Mare luminoso della Tranquillità.

                                           Viatico

O ferito laggiù nel valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che
quasi più non eri.
Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi
a rantolarci
e non ha fine l'ora,
 tu puoi finire,
e nel conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
 mentre sosta il momento
 il sonno sul cervello,
            lasciaci in silenzio
            grazie, fratello.

VIATICO è una delle composizioni della prima guerra mondiale ed ha una forza drammatica, una disperazione così intensa, che è assolutamente esemplare nella produzione ispirata a questo tema. La sofferenza psichica aveva già lambito pesantemente, ma non travolto, il tenente Rebora: nel mondo della "soglia pietrificata"(E.Borgna), del sole nero, si ferma appena sul ciglio dell'abisso, sconvolto dai turbamenti laceranti del morire violento, cruento e immotivato di quella guerra e di tutte le guerre. Ne “Le emozioni ferite” Borgna lo mette a confronto col poeta tedesco Holderlin e dimostra che, mentre per il tedesco fu un precipitare inarrestabile nel gorgo della depressione profonda, Clemente ebbe una crisi esistenziale, lunga, dolorosa, lacerante, sconvolgente; ma con esito positivo.
Vicino al compagno di trincea ridotto a tronco senza gambe, il tenente Rebora, anche lui solo vita precaria e casuale, prega che quel “tronco senza gambe” abbia pietà dei vivi e cessino per lui subito agonia e rantolo. L'apparente crudeltà cela una profonda pietà e per chi è destinato ormai solo alla morte-qui sì pietosa- e per chi rimane in vita, dannato all'assurdità degli eventi e alla allucinante coscienza che di lì a poco anche di lui una granata potrà farne carne sbrindellata appesa ai rami o spalmata nelle doline. Che scenda il silenzio: per chi muore è finita, ma non per chi resta. E il rantolo agonizzante fa da lugubre bordone nella mente del lettore per quelle vite sul fronte, dannate a fratricidio.
Le domande sul significato della vita restano inevitabilmente con una sola risposta, il non-senso del nulla:

 


        Il nulla

 
  Tempo - 1917

Apro finestre e porte –
Ma nulla non esce,
Non entra nessuno:
Inerte dentro,
Fuori l’aria è la pioggia.
Gocciole da un filo teso
Cadono tutte, a una scossa.
Apro l’anima e gli occhi –
Ma sguardo non esce,
Non entra pensiero:
Inerte dentro,
Fuori la vita è la morte.
Lacrime da un nervo teso
Cadono tutte, a una scossa.

Quello che fu non è più,
Ciò che verrà se n’andrà,
Ma non esce non entra
Sempre teso il presente –
Gocciole lacrime
A una scossa del tempo.

La vita nel mondo, in quel mondo, appare totalmente priva di significato: nella sua solitudine, egli tenta un varco per comunicare con qualcuno o qualcosa, invano; gli rimane accanto il nulla, e nessuno viene a consolare le sue pene. All’inerzia del cuore corrisponde, fuori, lo squallore della pioggia; alcune gocce, appese a una corda cadono tutte insieme, a una scossa. L’anima vorrebbe aprirsi, gli occhi percepire il mondo, ma né pensieri né sguardi riescono a valicare il muro di isolamento da cui il poeta è imprigionato. Il suo spirito è ormai incapace di qualsiasi attività; tutto ciò che è vita, gli appare morte. Le lacrime accumulate nei suoi occhi cadono tutte insieme, a una scossa.
La vita resta un transito vano: il passato non esiste più, il futuro è destinato a perdersi nel nulla, il presente, l’unico tempo che potrebbe avere un significato, non riesce a farsi realtà, rimane tensione inespressa, sfuggente. Lacrime e gocce di pioggia si fondono, in un unico desolante pianto sull’incapacità di afferrare il tempo per trovarvi una valenza significante.

 


VOCE  DI  VEDETTA  MORTA “i putrefatti di qui”

C'è un corpo in poltiglia
con crespe di faccia , affiorante
sul lezzo dell'aria sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non piango:
Affar di chi può e del fango.
Però se ritorni
tu uomo, di guerra
a chi ignora non dire;
non dire la cosa, ove l'uomo
e la vita s'intendono ancora.
Ma afferra la donna
una notte dopo un gorgo di baci,
se tornare potrai;
soffiale che nulla nel mondo
redimerà ciò ch'è perso
di noi, i putrefatti di qui;
stringile il cuore a strozzarla:
e se t'ama, lo capirai nella vita
più tardi, o giammai.

Lontano dalle trincee, la vita era altra e nessuno nessuno avrebbe potuto, anche nel peggiore dei suoi incubi, sapere e capire “i putrefatti di qui”. Chi,  fortunato o piuttosto casualmente graziato, avesse avuto la ventura di tornare, fisicamente vivo, meglio tenesse chiuso il grumo di sangue e melma in un anfratto della mente; meglio “afferrare una donna dopo un gorgo di baci e amarla fino a strozzarle il cuore”.
Ma quest’anima affranta, in piena crisi esistenziale, che però si ostina a cercare risposta al male di vivere, innalza continuamente una preghiera, esaudita verso gli anni ’30, quando Clemente Rebora non solo apre il cuore a Cristo, ma ne abbraccia la croce come sacerdote fino alla fine, approdato finalmente alle spiagge luminose della speranza nel Padre giusto e buono, e nel Figlio, fratello dell’uomo nella salita al Golgota.
L’ufficiale di fanteria Clemente, ora Don Clemente, indirizza le vele della poesia verso l’alto, da dove anche il caos apparente della vita gli si svela fornito di logica, finalità, bellezza. Da dove, tutto ciò che è stato, è e sarà gli appare esattamente ciò che è: silenzio e tenebre svanite nell’eterno.


Speravo in me stesso: ma il nulla mi afferra.
Speravo nel tempo, ma passa, trapassa;
In cosa creata: non basta, e ci lascia.
Speravo nel ben che verrà, sulla terra:
Ma tutto finisce, travolto, in ambascia.
Ho peccato, ho sofferto, cercato, ascoltato
La Voce d’Amore che chiama e non langue:
Ed ecco la certa speranza: la Croce.
Ho trovato Chi prima mi ha amato
E mi ama e  mi lava, nel Sangue che è fuoco,
..........................................................................
                                                                                            
Clemente Rebora ( 1885-1957)          

 

Michela Tartaglia

fabarn@gmail.com

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