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TermoliOnline
Giovedì 20 Giugno 2013

Scorre il tempo, attraverso i ricordi… (5a parte)

Nicolino Cannarsa

La nostra spiaggetta preferita dove trascorrevamo l’estate era quella dove era adagiato il mezzo da sbarco inglese, come un vecchio gigante addormentato. Non era molto frequentata, tanto che la gente preferiva andare a fare i bagni sulla spiaggia di Sant’ Antonio e questo ci riempiva di gioia, così potevamo avere a disposizione tutto lo spazio occorrente per i nostri giochi: la spiaggia di Rio Vivo non era presa per niente in considerazione, poiché era meta di carretti trainati da muli e cavalli adusi a prelevare sabbia per la fabbrica dei palazzi e per la dismissione di masserie e quant’altro.

Le migliori “capuzze” (tuffi) le facevamo prendendo la rincorsa sul piccolo e vecchio molo del porto, gettandoci in un’acqua abbastanza pulita e sicura: facevamo gare di resistenza sott’acqua, di nuoto a chi arrivava primo all’estremità del nuovo molo, all’epoca in costruzione. Quasi nessuno aveva il costume da bagno, come quello che si indossa ai nostri giorni: avevamo solo le mutandine, bianche candide, e altri preferivano fare il bagno completamente nudi. Non avevamo asciugamani da mare, spray solari ne’ tantomeno ombrelloni per ripararci dal sole. La nostra estate, quando c’era il perfetto equilibrio delle stagioni, iniziava molto presto, verso la metà di aprile e proprio in questo periodo iniziava, per le nostre povere mamme, il calvario della  vedetta, mi spiego meglio: come arrivava la stagione più calda, i bambini più grandi si organizzavano per l’apertura dell’estate, andando a ritrovarsi sul molo del porto, all’insaputa delle mamme o, così credevano loro. Queste ultime, naturalmente, non erano per niente contente di questa iniziativa che ritenevano essere pericolosa e fuori stagione, ma nulla potevano fare per osteggiare quella continua “operazione estiva”, se non mettersi di vedetta sul muro del paese vecchio, prospiciente il porto e vedere che tutto filasse liscio, senza incidente alcuno…

Tante altre volte la mèta dei nostri incontri natatori era quella degli scogli a ridosso del primo trabucco: anche qui si prendeva il sole come lucertoloni, fino a che la calura non ti faceva più respirare, tanto che eri costretto a gettarti in acqua per rinfrescare il corpo e la mente… Ci appiccicavamo ai pali del trabucco come polipi giganti, ma venivamo respinti dalle urla e dalle imprecazioni degli addetti all’argano della rete: “ Uè, fije de putta’ , jate vinne da esse ca facite scappà  ‘ssu  ccone de pesce ind’u saccone… “ .

A nuoto, a mo’ di gara fra di noi, guadagnavamo la riva per vivere la giornata estiva sulla spiaggia della marina di Sant’ Antonio: qui, a differenza della spiaggetta del porto, c’era un po’ di tutto, ombrelloni di vario genere che coloravano tutto il tratto di spiaggia, ombrelli vecchi e neri che riparavano dal sole persone anziane che preferivano al bagno marino, quello di sabbia. Infatti, con una lunga paletta di legno o con le nude mani, scavavano un piccolo fosso, a ridosso dei casotti di legno, dove adagiavano l’intero corpo, completamente ricoperto di sabbia bollente: si riteneva essere il metodo più efficace per rigenerare il calcio nelle ossa e per combattere l’artrosi… Alle urla dei bambini che si rincorreva sull’arenile o “sguazzavano” fra le onde del mare, si univano quelle dei molti bagnanti che affollavano la spiaggia: provenivano da ogni parte e sentivi “parlate” di vario genere che si rincorrevano e “facevano a botte fra loro…”.

I suoni martellanti e cadenzati dei tamburelli si mescolavano alle imprecazioni di chi aveva ricevuto sulla testa una pallonata calciata dai numerosi ragazzi che rincorrevano l’unica, piccola palla, rigorosamente di colore bianco… A parte le persone più agiate che affittavano i pochi casotti di legno per il periodo estivo o che prenotavano il riparo sul pontile della rotonda del Panfilo, il più antico stabilimento balneare di Termoli di proprietà di Manfredo Sciarretta, i più ingegnosi si portavano da casa delle lenzuola che attaccavano a mo’ di capanno alle stecche degli ombrelloni, per avere più refrigerio: la maggior parte lasciava i panni sull’arenile e, dopo il bagno, li indossava di nuovo per riprendere la strada di casa.

Solo il giorno della domenica, allorchè alcune corriere provenienti dall’interno del Molise, scaricavano una moltitudine di bagnanti, c’era la consuetudine di fermarsi anche per l’ora di pranzo, per poi ripartire nel tardo pomeriggio: ogni  bella sorta di Dio veniva cacciata dalle “ mappatelle” che si portavano dalle loro case per consumarle sulla spiaggia, insieme a tutta la famiglia. Pagnotte di pane casareccio venivano tagliate ad arte da mani esperte e sulle “felle” venivano spalmati pezzi di frittata con peperoni, formaggi di vario genere e pezzatura diversa “improfumavano” quella bell’’aria marina di odori tanto forti e inconsueti, da lasciare interdetti e “sconvolti” tutti coloro che passavano da quelle parti…”Tielle” ricolme di maccheroni al forno al sugo di carne, erano inevitabilmente accompagnate da abbondante vino rosso contenuto in bottiglie di vetro e di paglia e, per terminare, non poteva mancare l’assaggio di “cetroni” paesani che davano l’ultima mazzata a pranzi, a dir poco luculliani….E, purtroppo, succedeva anche che, dopo quel tanto mangiare, c’era sempre il fenomeno di turno che, pur non sapendo nuotare, non resisteva a tuffarsi fra i marosi freddi e agitati, con l’inevitabile conseguenza di episodi di annegamento, causati da incoscienza e imperizia dell’uomo…. Per noi, locali, erano “…i bagnante de Mentorie ! “.

Ogni tanto incontravi la coppia di vigili urbani che prestavano servizio sulla spiaggia ed erano quelli a cui l’Amministrazione Comunale aveva affidato il compito di far rispettare il decoro sull’arenile: una figura caratteristica, rimasta indelebile nella mia mente e, probabilmente, di molti coetanei che frequentavano la spiaggia di Sant’ Antonio era quella di Gianni il fotografo, un personaggio veramente unico. Era di origini veneziane, però viveva a Termoli da parecchi anni e, quando conversava, non riusciva a parlare ne’ in veneziano e ne’ in termolese per cui, quell’accozzaglia di suoni, risultava essere una parlata con un divertentissimo accento veneto-termolese: indossava pantaloncini corti e sul petto nudo era poggiata la sua macchinetta fotografica che veniva adoperata per scattare fotografie a chi gliele richiedeva.

I tre lidi principali il “Panfilo”, il “Medusa” e la “Stella Marina” ai quali si aggiunse il “Lido Anna” erano provvisti di pattìni che venivano affittati soprattutto ai giovani che volevano tuffarsi in acque più alte: comitive intere preferivano farsi delle passeggiate sul mare in barca a vela. A quei tempi il proprietario di  una paranza in disuso la usava per diporto ed ebbe la bellissima idea di metterla a disposizione per simile iniziativa turistica, unendo l’utile al dilettevole: ricordo bene l’immagine di quella barca che portava stampata sulla sua vela, di colore giallorossa, la grande figura di Pinocchio, perché il suo “comandante” era un mio zio pescatore, “Mechele Bughe Bughe”. 

E infine, non poteva mancare uno dei ricordi che, ancora oggi, è impresso nella memoria di tanti termolesi: “ ‘A gazzose de Peppenille ‘u cacajje ! “. Era mezzogiorno e mezzo e si doveva rientrare a casa per il pranzo, ci si fermava a bere una gazzosa del costo di 10 lire, davanti ad un banchetto che usciva appena fuori da un androne, fresco e buio, prima di arrivare alla curva che portava alle scalette, su via Roma: le sorelle Barone confezionavano una gazzosa che, vuoi per la calura e la sete, vuoi per il basso costo o per una specie di rituale che sostituiva l’odierno aperitivo, a detta di tutti, era incomparabile, meglio della gazzosa della ditta Casolino di Termoli. Una delle sorelle, a turno, apriva con abilità la bottiglietta di vetro, la deponeva sul banchetto e ti augurava una buona salute,  seguita da divertentissime barzellette che arricchivano quel momento di piacevole e sereno refrigerio, di una pennellata di umanità, pulita e irripetibile. 

E mo’…. Di tutto questo piccolo mondo, fatto di cose semplici, ma reali, cosa è rimasto?!

Nicolino Cannarsa

nicolino.cannarsa@gmail.com

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