Ritrova l’antico splendore il portone settecentesco del Purgatorio

Attualità
domenica 16 maggio 2021
di Luigi Pizzuto
Ritrova l’antico splendore il portone settecentesco del Purgatorio
Ritrova l’antico splendore il portone settecentesco del Purgatorio © TermoliOnLine

COLLETORTO. Migliora l’aspetto estetico della Chiesa del Purgatorio grazie alla sensibilità del Padre francescano Vincenzo Bencivegna, parroco del luogo, che porta nel cuore la voce dei fiori. E, in particolare, migliora di valore, grazie al lavoro  certosino di un volontario, appena concluso, che ha fatto rinascere, dopo un lungo periodo di abbandono, l’immagine più bella dell’ingresso settecentesco della chiesa. Il sacro edificio, in pieno centro cittadino, annuncia, col suo grosso orologio pubblico tra due piccole arcate campanarie, l’agglomerato urbano più antico che si trova alle sue spalle: il “Borgo degli Angioini”. Protagonista, in questo caso, della bella azione di volontariato, il signor Tommaso Socci.

L’intervento di ripulitura e di recupero del portone della chiesa, un tempo  sede di un’antica congrega di mutuo soccorso, è senz’altro un bell’esempio di sensibilità verso il nostro patrimonio culturale. In non pochi casi completamente abbandonato a se stesso. Sul  grosso portone di quercia  si vedono i chiodi dell’epoca e i segni lasciati dall’abile falegname che l’ha realizzato. E’ incorniciato da un caratteristico portale settecentesco in pietra lavorata tra i più belli del Molise. La chiesa, denominata del Purgatorio perché dedicata al SS. Sacramento e alle Anime Sante del Purgatorio. Sull’altare maggiore un tempo vi era collocata la tela della Madonna del Purgatorio. L’entrata principale colpisce lo sguardo dell’osservatore per via del suo linguaggio classico che riecheggia in più punti, tra non pochi dettagli di stile. Il bel portale è costituito da due chiavi di volta: il teschio e la conchiglia. Due  elementi architettonici ad alta valenza simbolica. Un ossimoro espressivo, tra l’altro, di una tradizione religiosa che viene da lontano,  per ricordare a tutti la fragilità del cammino umano. Dove misteriosamente vita e morte s’intrecciano per abbracciare  un arco di tempo esistenziale, che, in realtà, è fugace e  dura pochissimo. Ai lati del cranio, dal sapore normanno, vi è scolpita una frase latina tratta dalle famose orazioni di Seneca: Incertum est in quo loco mors te expectat. E’ incerto il luogo dove la morte ti attende. Tra le due sculture in bassorilievo si legge Seneca abbreviato. Un po’ più giù la data 1776 appena leggibile. Corrispondente  alla conclusione della costruzione dell’edificio destinato alla vita religiosa dei confratelli. Il catalogo degli ascritti del 1911 riporta 87 confratelli e  81 consorelle. Curiose le regole da rispettare. Le chiavi della cassa comune erano tre e dovevano essere conservate da persone dabbene.

Vi era un “Monte frumentario” destinato ai coloni bisognosi per poter seminare e assicurare il necessario ai propri figli. Ai confratelli erano vietati i giochi proibiti e il giocar a vino dai quali derivavano gli scandali, i peccati  e le rovine delle famiglie. Si dovevano seguire le processioni dei Santi con l’abito distintivo, costituito da una mozzetta rossa e tracolla celeste, come si rileva osservando attentamente gli affreschi sulle pareti della chiesa. Era d’obbligo cantare in latino il Libera me Domine de morte aeterna in die illa tremenda, e raccogliere le questue con un teschio vuoto, simbolo, appunto, della confraternita. Era vietato, infine,  agli iscritti andare di notte per il rione Terra sonando e candando in compagnia di “sonatori  e cantatori”, perché vi era pericolo di commettere peccato mortale e di vita corporale. Sugli stipiti del bel portale è possibile leggere il nome di chi ha creato l’opera in pietra e di chi l’ha commissionata: Gennaro De Majo Artifex della vicina San Giuliano di Puglia, terra di scalpellini, e Donato  Catallar Procurator della Confraternita,  un esponente della famiglia Cavallaro. All’interno, sulle pareti laterali,  gli affreschi relativi ad una Madonna e ai Confratelli, accompagnati da interessanti cartigli, sono in pessimo stato. E’ necessario, pertanto,  un ulteriore intervento di restauro.  Bisogna muoversi in questa direzione per evitare che possano del tutto scomparire. E’ compito di chiunque, dunque, conoscere la stato in cui versa il  nostro patrimonio d’arte per  tutelarlo come si deve. Perché  le cose belle che ci circondano, non solo costituiscono un pezzo importante della nostra identità,  ma, di sicuro, ci aiutano anche a vivere meglio nel nostro ambiente di appartenenza.

Luigi Pizzuto