Dalla violenza verbale a quella fisica fino alla denuncia: la storia di rinascita di una termolese

Fenice ven 26 novembre 2021

Termoli «Denunciate, non abbiate paura. Riappropriatevi della vostra vita»: è il messaggio che M. lancia alle donne vittime di violenza come lei.

Attualità di Valentina Cocco
2min
Vittima di violenza, termolese lancia appello alle donne perché denuncino

TERMOLI. Quante volte ci siamo sentite sottovalutate, non all’altezza di qualcosa o, peggio ancora, di qualcuno? Probabilmente almeno una volta nella vita. Questo nostro sminuirci, a volte, ci porta a fare scelte forzate, bloccandoci in situazioni che non ci fanno bene, ma in cui impariamo ad adattarci per paura di restare soli o di deludere qualcuno. È qui, in questo limbo di  timori e giudizi che spesso impariamo ad adagiarci.

M., la chiamerò così, è una donna forte: grandi occhi, voce ferma, grinta e determinazione. In altre parole, un vulcano; ma, come tutti i vulcani, al suo interno ha una lava che, lentamente e per diversi anni, l’ha consumata. Vittima di violenze, prima verbali e poi fisiche, M. è rimasta a lungo nel suo guscio: «Avevo paura di essere una delusione, in primis per i miei genitori», mi ha confessato il primo giorno in cui l’ho conosciuta.

In quell’esatto momento non capivo come un genitore potesse restare deluso da una figlia che, malgrado le violenze a cui era sottoposta, decideva di non denunciare. Per me la delusione è tutt’altro. Poi mi ha spiegato che ha denunciato, ma poi ha ritirato tutto. Convinta da quel compagno che, dopo averla picchiata, la guardava negli occhi e le prometteva di cambiare. E lei gli ha creduto. Ogni volta.

Qualcuno direbbe che aveva i ‘prosciutti sugli occhi’, per usare un eufemismo, ma qui c’è di mezzo un ‘gioco’ psicologico più grande di noi: manipolazione, chiamiamola con il suo nome, talmente astuta da far credere ad una donna intelligente che era lei quella sbagliata e meritava tutto ciò che le stava accadendo. «Mi ha manipolata a tal punto che nemmeno i miei genitori mi riconoscevano. Mi ripetevano che ero cambiata, ma non me ne rendevo conto».

Fino al giorno in cui M. ha raccolto se stessa, afferrando ciò era rimasto di lei e ha denunciato il suo aguzzino che, lo scorso maggio, è stato riconosciuto colpevole di quei crimini dal tribunale: «Devo ringraziare le forze dell’ordine che hanno sempre creduto in me e mi hanno dato la forza di denunciare». Per questo, a poche ore della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, M. vuole lanciare un appello a tutte le donne che non hanno il coraggio di risplendere da sole: «Denunciate, anche se vi remano contro. Fatelo al primo schiaffo. Scappate alla prima parola truce che vi viene detta. Fatelo per voi, perché valete più di quanto credete. Per me oggi è una vittoria».

Quando la guardo e le dico che, per me, è come una fenice, lei mi sorride e mi dice che le piacerebbe immaginarsi così, ma è solo una «donna che ha avuto il coraggio di denunciare e che vorrebbe donare un po’ di quel coraggio ad ogni donna vittima di violenze». Perché, se è vero che per sopportare un'ingiustizia serve forza, ne serve molto di più per denunciarla.

M. oggi è rinata, e non ha paura di farsi riprendere per lanciare il suo messaggio mostrando le sue cicatrici più profonde: le ferite ci sono, ma sono insabbiate sotto sorrisi e soffocate dalla gioia di essersi riappropriata di se stessa, di quella vita che, per troppo tempo, è stata ancorata alla felicità di un altro, condannandosi ad una semplice esistenza al servizio di qualcuno che le diceva di amarla mentre la picchiava.

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