Social network, la rivoluzione digitale tra hater e influencer

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Termoli sabato 27 ottobre 2018
di Elisa Sarchione
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Social network, la rivoluzione digitale tra hater e influencer
Social network, la rivoluzione digitale tra hater e influencer © studioirpinoneurosienze.it

TERMOLI. I social network sono innegabilmente una delle invenzioni più straordinarie del 21esimo secolo: consentono di mettere in connessione e comunicazione persone di tutto il mondo, di espandere il proprio business e, cosa impensabile solo fino a una decina di anni fa, offrono la possibilità di dare una eco incredibile alle opinioni più svariate, talvolta anche brillanti (pensiamo a quanti influencer con idee interessanti e stimolanti hanno avuto un'opportunità grazie ai social media).

Proprio quest'ultimo aspetto, però, rischia di avere risvolti inquietanti, data la stretta interconnessione che necessariamente sussiste tra il web e la realtà: il mondo digitale, infatti, sta diventando sempre di più la "valvola di sfogo" di odiatori 2.0 (spesso nascosti dietro nickname ma spesso anche esponendosi con i propri dati reali) i quali, convinti che lo schermo di uno smartophone o di un Pc costituiscano quasi una barriera con il mondo reale, credendosi pertanto tutelati da una assoluta impunità, vomitano il proprio mondo interiore, fatto di disagio e frustrazioni, e la propria aggressività verbale. I motivi che scatenano l'odio virtuale sono talvolta risibili: è sufficiente esprimere una opinione non condivisa dal "leone da tastiera" di turno, anche riguardo agli argomenti più banali e leggeri, per venire sommersi da una pletora di improperi, insulti e finanche minacce.

Ma quali sono i meccanismi che motivano un simile atteggiamento? Talvolta semplicemente il desiderio di attirare l'attenzione: è il caso dei cosiddetti "troll" o "flamer", che iniziano conversazioni provocatorie ed irritanti per il puro gusto di fomentare gli animi.

Ma il confine tra il mondo virtuale e quello reale è davvero così netto come gli odiatori seriali credono? Il web è davvero una zona franca, una sorta di Paese dei balocchi in cui vige l'anarchia ed è possibile dire cose che difficilmente si ripeterebbero, se si avesse l'interlocutore davanti? Basterebbe ricordare che dietro ogni profilo social bersaglio del rancore, dei commenti sessisti e razzisti degli odiatori del web, esiste un individuo con una sensibilità ed una dignità che vengono in quel momento calpestate; dietro ogni azienda, ogni artista ed ogni professionista che viene denigrato e offeso, esiste una persona che cerca di svolgere al meglio il proprio lavoro.

Se questi scrupoli di natura etica non fossero un deterrente sufficientemente efficace, si tenga presente che in Italia esiste una legislazione sulla violenza online: per esempio, soprattutto per quanto riguarda i minori, ricordiamo la legge sul cyberbullismo (Legge 29 maggio 2017 n. 71) e la legge 25 giugno 1993, n. 205 (la cosiddetta “Legge Mancino”) che punisce gesti, azioni e slogan aventi per scopo l'incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali, oltre all'utilizzo di simboli razzisti: per i casi più gravi, non è difficile, per la Polizia postale, risalire all'indirizzo Ip.

Concludiamo prendendo in prestito le illuminanti parole di Umberto Eco: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

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