Il Poeta di Zacinto non è mai passato per i “sepolcri” del Molise

Attualità
Termoli giovedì 14 marzo 2019
di Claudio de Luca
Ugo Foscolo
Ugo Foscolo © libriantichionline.com

LARINO. Non esiste più l’amore per i camposanti che, una volta, era ben vivo ai tempi del poeta Ugo Foscolo. Spesso, finite in mano a tanti cattivi amministratori molisani, queste patetiche strutture patiscono l’incuria e l’indifferenza al punto che sia possibile riscontrare nuovi lavori di costruzione al loro interno unicamente quando si giunga al punto di non sapere più dove inumare o dove tumulare i morti più recenti. Come a Termoli, dove le bare giacciono, fuori posto, le une sulle altre, in attesa che si liberi un loculo. Se i piccoli camposanti di Morcote e di Portofino dovessero essere ancora vagheggiati, come un tempo, da illustri scrittori (quali luoghi preferibili per la loro ultima dimora), quello dell’isola Pescatori sul lago Maggiore sarebbe certamente il più ricercato. Chi l’abbia visitato sa che l’isola è lunga un centinaio di metri e che – al centro – è larga la metà. Nel suo mezzo, in un campicello grande quanto un appartamento per una coppia, si rinvengono pochi tumuli allineati, segnati da piccole lapidi poggiate sulla nuda terra e qualche modesta edicola che racchiude i sepolcri di gente locale, più cospicua.

In Molise, fatta qualche dèbita eccezione, i nostri Sindaci coltivano pensieri per ben altre cose; però riescono a far politica persino sulla loro scarsa predisposizione a soddisfare le esigenze dei morti che debbono necessariamente essere soddisfatte da quelli che restano. La mamma defunge ed i figli non sanno dove collocarne le spoglie? Niente paura. Si incontrano con l’assessore ai camposanti e questi prende a preoccuparsi della cosa al fine di situare quella bara (almeno provvisoriamente) in loculi inabitati di proprietà altrui. La medesima situazione verrà a ripetersi sino al prossimo defunto. Si giunge persino a violare la legge, dal momento che – bene spesso – non si riesce ad approntare neppure quella riserva di fosse che, obbligatoriamente, debbono rimanere sempre disponibili nel caso dello scoppio di un’epidemia o di un terremoto, quando detti eventi siano seguiti da innumeri perdite di vita umane. Insomma, si campa alla giornata, scontando oggi gli errori di urbanistica per costruzioni portate avanti in passato senza pianificazione, nella speranza di rimettere in futuro i debiti contratti con la ragione e col buongusto edilizi. Ecco perché le urne non possono più accendere il cuore dei visitatori ad egregie cose (come scriveva il poeta di Zacinto). Facciamo pausa, e leggete attentamente l’episodio che segue.

Fra le tombe di un paese molisano (che non nomino), ne spicca una, munita di una lapide su cui appare cancellato un rigo. Ridotta dall’obliterazione, quella scritta propone al visitatore un piccolo enigma. Vi si legge:”F.A.R., nato a (*) il (*), morto il (*) a (*), cittadino, patriota fervente, integro - segue poi la riga cancellata e l’iscrizione che continua – marito, padre, nonno amoroso”. Quale poteva essere mai la lode cancellata? Com’è potuto avvenire che la resipiscenza dei discendenti del ‘de cuius’ sia potuta giungere al punto di ritirare un elogio già affidato alla perennità del marmo? Poiché l’incisione delle parole sulla pietra dovette dapprima venire livellata con un mastice, di poi coperta con una vernice dorata, oggi che gli anni hanno infossato il materiale di qualche millimetro, guardando bene la riga, a luce radente, questa, torcendosi nei suoi barbagli d’oro (come la fiamma di Ulisse e di Diomede nei versi immortali di Dante), parla e rivela che il defunto fu “fascista tra i primi”. Svelato l’arcano, appaiono evidenti le motivazioni del “gran rifiuto” della discendenza, con una obliterazione posta in essere solo per allontanare quelle conseguenze tardive della guerra civile, condannate – dopo tanti studi postumi - pure dal grande giornalista Giampaolo Pansa.

Claudio de Luca