Magistratura nella bufera e caso Palamara: l'intervista al giudice Daniele Colucci

Attualità
mercoledì 03 giugno 2020
di La Redazione
Matteo Fallica coi giudici Nicola Gratteri e Daniele Colucci
Matteo Fallica coi giudici Nicola Gratteri e Daniele Colucci © Facebook

PETACCIATO. Un'emergenza democratica: dialogo con il giudice Daniele Colucci. A compierlo, per la seconda volta, uno dei facilitatori regionali del Movimento 5 Stelle, il consigliere di opposizione Matteo Fallica. Oltretutto, stavolta il tema è di grandissima attualità, dopo la seconda bufera che sta travolgendo la Magistratura da un mese di maggio all’altro.

«Prosegue il dialogo pubblico con il giudice Daniele Colucci, che ringrazio per la sua cortese disponibilità. Questa volta abbiamo discusso di Giustizia e in particolare dei problemi della Magistratura. Ecco la sintesi della nostra conversazione».

Colucci, vorrei porti alcune domande sugli ultimi avvenimenti che hanno investito il Consiglio Superiore della Magistratura, in particolare il "caso Palamara", l’ex presidente dell’Associazione Nazionale magistrati. Secondo te, è minata la credibilità dei magistrati?

Credo che il danno di immagine sia molto forte, ma è bene sottolineare e rappresentare con forza all'opinione pubblica che queste non edificanti vicende coinvolgono un’esigua minoranza di magistrati, in quanto la maggior parte di essi svolge la sua attività lontano dai giochi di potere e da arrivismi di qualsivoglia tipo, convinta che fare semplicemente il giudice, senza condizionamenti e in posizione di effettiva terzietà, sia la cosa più bella del mondo.

Nel febbraio scorso il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, in un’intervista televisiva, ha parlato di “piaga della corruzione all’interno della magistratura”, dichiarando che in magistratura c'è un serio problema di corruzione. Sono affermazioni verosimili? Cosa ne pensi?

Gratteri parlava di un 6-7% di corrotti in magistratura, non so se lo dicesse sulla base di qualche dato concreto o fosse una sua personale proiezione. Posso dire che certamente la corruzione individuale (intesa nel senso suo proprio di reato, da distinguere dalla pratiche spartitorie o lottizzatorie venute pienamente alla luce con il cosiddetto “caso Palamara” non è un fenomeno diffuso o ricorrente nel nostro ambiente, in quanto la stragrande maggioranza dei colleghi opera con rettitudine e spiccato senso dello Stato, per cui quella percentuale mi sembra francamente esagerata. Poi, certo, i magistrati non sono di per sé esseri antropologicamente superiori e qualche mela marcia vi sarà, come in tutte le organizzazioni umane. Mi sembra, però, che le condotte criminali delle toghe vengano più facilmente scoperte, grazie all’opera di altri magistrati, con tempestività ed inflessibilità e questo proprio perché non trovano coperture nell’ambiente in cui operano.

Uno dei temi più discussi riguarda il rapporto tra politica e magistratura, un annoso conflitto che ha contrassegnato la lunga transizione italiana. Si sono verificate anomalie patologiche in questa dialettica fra poteri?

Credo che il magistrato debba stare lontano dall'agone politico, non deve con la sua azione condizionare il corso della politica nazionale. La vicenda Palamara ha portato alla luce contatti e finalità impropri, che riguardano sempre un livello minoritario di magistrati, però influente, perché condizionante l’azione di alcune Procure, che poi si trovano esposte all'accusa di partecipazione alla competizione partitica. Si sono verificati conflitti e pericolose commistioni. Penso che compito della magistratura non sia quello di determinare i destini della Nazione, ma di risolvere i conflitti tra le persone e di accertare ed eventualmente reprimere i singoli reati; ritengo, d’altro canto, che anche la politica abbia le sue colpe in questa degenerazione: negli ultimi anni si è spaventosamente abbassato il suo livello qualitativo e anche questo l’ha resa debole ed esposta ad attacchi e tentativi di supplenza. Sarebbe utile, a mio avviso, per un corretto rapporto tra politica e magistratura, ripristinare alcune forme di immunità, in primis quella parlamentare, travolta dalla miope ventata demagogica degli ultimi decenni.

Il caso Palamara ha messo in luce un aspetto grave: le pressioni indebite e le opache contiguità per spartirsi i posti che contano negli uffici giudiziari e nell'organo di autogoverno. È necessaria una riforma del Csm, e quale?

Credo assolutamente di sì. Sono da sempre un sostenitore (e sul punto ricevo dai miei colleghi tanti attacchi in pubblico e molti sostegni in privato) della designazione a sorteggio dei consiglieri del Csm (per evitare problemi di incompatibilità con l’art. 104 della Cost., quantomeno andrebbero sorteggiati i candidati). Sarebbe l’unico modo per spezzare l’osmosi malata tra Anm e Consiglio Superiore, è questo passaggio che determina l’occupazione patologica del potere da parte delle correnti, che altrimenti sarebbero dei luoghi virtuosi di elaborazione culturale e anche di trasparente proposta politica. Pensa, caro Matteo, che alle ultime elezioni generali noi magistrati abbiamo eletto il Csm con delle liste ove il numero dei candidati era sostanzialmente pari al numero dei consiglieri da eleggere, tanto che l’anno scorso, dopo le prime dimissioni di qualche membro coinvolto nello scandalo, siamo dovuti tornare a votare, non c’erano i primi dei non eletti che potessero subentrare. Le correnti avevano deciso al posto nostro chi dovesse andare al CSM, un’autentica farsa nazionale, che purtroppo ha coinvolto un organo di rilievo costituzionale. Ora, le proposte di riforma del sistema di elezione del Csm (si parla di collegi territoriali in luogo del collegio nazionale, con eventuale doppio turno) lascerebbero la situazione inalterata, le correnti sarebbero in grado di gestire perfettamente i flussi elettorali anche su base distrettuale.

Il magistrato Davigo insiste spesso su un concetto. La differenza fra il malaffare della politica e quello della magistratura è che i magistrati che vengono scoperti, a differenza dei politici, sono cacciati o si dimettono. È così? Può bastare come garanzia o andrebbero rafforzati i criteri di incompatibilità e i meccanismi della sanzione disciplinare?

Ho già detto che il magistrato corrotto non trova coperture nel suo ambiente, certamente meno di quanto il politico ne possa trovare nel suo. Ho anche detto di non credere a una superiorità antropologica dei magistrati. Posso concludere che i moralismi non mi piacciono, ritengo che Davigo abbia ragione in parte. Poi, ai problemi di incompatibilità credo poco, opportuni in alcuni casi, si riducono a una mera formalità in molti altri, mentre il potere disciplinare su di noi, contrariamente a quanto si pensi, ha già un’effettività e un’intensità che non trova corrispondenti non solo negli atri settori della pubblica amministrazione, ma anche rispetto al lavoro privato; i magistrati sono la categoria con il più elevato numero di sanzioni disciplinari subite.

La soluzione che da un certo settore della politica, dell'avvocatura e dell'accademia viene proposta per limitare una certa promiscuità di relazioni fra Pm e giudice è la separazione delle carriere. Tu quale opinione hai al riguardo?

Sono da sempre un sostenitore della separazione delle carriere (anche sul punto nel mio ambiente ricevo critiche in pubblico e sostegni in privato), ma non perché la loro unicità generi malaffare. Credo, invece, che la separazione sia il corollario naturale del processo accusatorio, in cui le parti si presentano uguali davanti al giudice terzo. La distorsione risulta, poi, particolarmente stridente nella fase delle indagini preliminari, con le richieste di misure restrittive dal pm al gip. Sul punto la magistratura farebbe bene ad abbandonare le posizioni conservatrici, che i cittadini giustamente non comprendono. Strumentali sono, d’altronde, le ragioni poste tradizionalmente a sostegno della carriera unica, allorché si dice che altrimenti il Pm perderebbe la cultura della giurisdizione e la sua indipendenza. Non è vero, ogni figura ha le garanzie che l’ordinamento le riconosce, se del caso con previsione costituzionale. Vale per il giudice come per il Pm e per chiunque altro.

Dalle ultime intercettazioni come da precedenti vicende risalta la lotta di gruppi di pressione politico-giudiziari per orientare le nomine ai vertici degli uffici direttivi più importanti, in particolare le Procure della Repubblica. Si ritiene che chi pilota le nomine possa influire sull'esercizio della funzione giudiziaria?

Sì, vi sono alcune posizioni che risultano, per così dire, politicamente sensibili e, in generale, il politico ha interesse a “trovare ascolto” in ogni Procura, anche la più piccola, perché il potere che gestisce è sempre rilevante. Sono pericoli che si possono superare con il Csm a sorteggio da me proposto, ove i consiglieri sarebbero magistrati non legati a correnti e non mandati lì dalle medesime, che quindi condurrebbero anche per le nomine un’istruttoria con correttezza, cioè con la stessa imparzialità con cui condurrebbero un processo. In tal modo verrebbero designati al vertice degli uffici giudiziari non i magistrati più correntizi, ma i più meritevoli tra i richiedenti. Questo oggi si verifica solo in una parte dei casi, perché magari talvolta le due cose coincidono o perché il merito in singoli casi ha comunque la forza di imporsi. Non mancano, infatti, dirigenti di alto profilo, ma dobbiamo far sì che questo sia la regola e non l’eccezione.