​L’idea di un’altra sanità: il caso Molise

Attualità
mercoledì 03 giugno 2020
di Claudio de Luca
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Ospedale San Timoteo
Ospedale San Timoteo © Termolionline.it

TERMOLI. Parlando di Sanità è stato scritto che chi governa può essere “costretto” a mettere mano a riforme strutturali che possono rivelarsi penalizzanti per talune aree di una regione. E’ quanto già accaduto in Molise dove certi contestati tagli potevano essere condivisi se la “rimodulazione” fosse stata redatta senza avere di mira i campanili, privilegiando le necessità di comunità consistenti dal punto di vista elettorale (come nel caso di Campobasso, Termoli ed Isernia).

Di contro, sarebbe stato più serio adoperarsi, razionalizzando i reparti e tutelando le “eccellenze”; ma si è voluto modulare prevaricando giuste aspettative territoriali, approfittando dell’acquiescenza delle popolazioni che - solo lentamente - hanno preso coscienza di quanto stava accadendo. Per di più, i vari Comitati locali spesso si sono attivati ingaggiando battaglie di retroguardia, e non di avanguardia.

Oramai non si trattava più di perdere reparti, perché la realtà politica spingeva verso le soglie di un federalismo a pieno ritmo (quindi a regime, e con un’autonomia impositiva rigida e bloccata) e non si poteva fare più affidamento sulle rimesse statali. Per conseguenza, una Regione demograficamente minimale quale il Molise, gestrice delle esigenze di meno di 300mila abitanti, se avesse dovuto mantenere ancora in piedi tante strutture sanitarie, non avrebbe di certo potuto attingere a risorse provenienti dal proprio bilancio ma solo recuperarle applicando nuove tasse ai cittadini. In tale ottica, e non volendo “premere” (finanziariamente) sugli elettori, cosa mai sarebbe accaduto?

Com’è noto, la legge n. 833 rimonta al 1978. Per ciò stesso, dopo di avere festeggiato il 32° anniversario dell’Ssn, siamo giunti al punto di celebrarne la fine perché con il federalismo fiscale, l’Ssn, perduta la “N” di nazionale, si è ritrovata con la “R” di regionale. A questo punto, una domanda sorge spontanea: la Sanità resterà ancora pubblica o no? In sostanza, le cose potevano continuare ad essere gestite così com’era sempre avvenuto oppure, facendo di necessità virtù, si poteva andare nella direzione di una gestione privatistica, sulla scorta di ‘projects financing’? In tale eventualità, come avrebbe finito col comportarsi l’imprenditoria privata se non mantenendo in piedi soltanto i reparti più remunerativi per abbandonare tutti i “rami secchi”?

Vero è che, bene spesso, le strutture pubbliche somministrano un’assistenza parificabile ad una macchina mangiasoldi; quindi, inefficiente, sprecona e clientelare. Ma neppure può negarsi che vi siano strutture di prima qualità. In effetti, il sistema sanitario
nazionale è binario; ed i principi di equità, di solidarietà e di universalismo delle prestazioni sono diventati i parametri da applicare
ad un servizio prevalentemente pubblico che – in confronto a quello privato – appare di gran lunga “migliore”, almeno dal punto di vista
della ‘pietas’, con tanti settori secondari (mense, parcheggi, lavanderie) già appaltati all’esterno.

Ciò premesso, appare evidente che, nelle esternazioni federalistiche, risulti fondante un’altra idea di cui si tiene scarso conto: quella secondo cui porzioni di ospedale dovrebbero essere affidate direttamente alla mano privata; cosicché domani, in un medesimo presidio, potrebbe essere attuata una vera e propria “spartizione” delle cure e delle strutture. Già il fatto che nel sistema sia stato introdotto da tempo l’’intramoenia’ la dice lunga. Perciò, non potrebbe avverarsi quella (che oggi è solo una eventualità) di vedere finire in ‘intramoenia’ non soltanto l’uno o l’altro specialista quanto
addirittura interi reparti? Messa la cosa in tal modo, lo scenario potrebbe apparire futuristico, ma così non è; in ispecie se si analizzassero gli attuali provvedimenti prodromici “accorpatori” che mostrano di portare già in sé determinati semi innovatori. Se poi
volessimo: 1) abbandonare quel che pensiamo potere essere “futurologia” (e che invece si delinea all’orizzonte con la nettezza della verità); 2) se l’attuale Ssn avesse voluto risparmiare, ed avere una decorosa Sanità, sarebbe bastato veramente poco. Si dice sempre che le cose funzionino solo altrove. Allora, quand’era possibile, perché la Politica non ha pensato a reperire dai mercati buoni ‘manager’ da trapiantare, commissariando la gestione dei reparti e scegliendo primari sulla scorta di ‘curricula’ verificabili, senza utilizzare metodi che, in alcuni casi, sono apparsi semplicemente di natura clientelare?

Claudio de Luca