San Pardo, l’antica statua lignea del Patrono di Larino torna “a casa”

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sabato 17 ottobre 2020
di La Redazione
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​L’antica statua lignea del Patrono di Larino, San Pardo, torna “a casa”
​L’antica statua lignea del Patrono di Larino, San Pardo, torna “a casa” © TermoliOnLine

LARINO. Questo mese, esattamente il 17 ottobre, ricorre il “dies natalis” di San Pardo, e in questa occasione ho pensato di scrivere della storia dell’antica statua del Santo Patrono della Città e Diocesi di Larino, sconosciuta ai tanti.

Ero ventenne quando, grazie ai miei studi di restauro ero nella città federiciana de L’Aquila, per la prima volta entrai nel Castello Cinquecentesco sede del Museo diAbruzzo e Molise (il Molise se ne staccò negli anni ’60).

Mi incuriosiva del museola presenza di un mammut enorme, anche solo nella sua carcassa di ossa ricostruita alla perfezione che occupava una sala intera.

Ma tante erano ai miei occhi le novità che mi accingevo a scoprire, la macchina del tempo mi portava indietro nella preistoria , passando poi per l’arte paleocristiana fino al Medioevo e qui davvero potrei parlare di “sindrome di Stendhal”.

Le sale del periodo medievale mostravano affreschi “strappati”, icone e un numero considerevole di statue lignee policrome che trattavano soprattutto il tema della Madonna in trono col Bambino, idem per le icone.

In effetti la scultura lignea in Abruzzo per produzione superò quella litica, la regione è ricca di boschi, reperire il legno era facile e gli artigiani-artisti erano molto abili nell’intaglio, completato dalla policromia per creare Arte sacra. Ma non vidi tutto, c’era un magazzino pieno di opere di ogni genere, soprattutto quelle in attesa di restauri, qui giaceva anche la scultura del Santo vescovo che grazie all’impegno di

M. Morettivenne esposto con altre sculture lignee medievali. (M. Moretti, “Il Museo Nazionale d’Abruzzo”, 1968, p.38).

Così vidi il simulacro in questione in un avanzato stato di cattiva conservazione, posto in un angolo di una sala e sulla targhetta lessi: Santo Vescovo, statua lignea policroma da Larino, Cattedrale. Ricordo che il Molise apparteneva agli Abruzzi, questo giustifica la presenza di opere della nostra terra al Museo che era deputato a contenerle, e L’Aquila era anche la sede della Soprintendenza. Appena possibile mi adoperai per richiedere la scheda tecnica dell’opera proveniente da Larino alla Soprintendenza. Dalla scheda con immagine a colori era ben evidente lo stato di completo abbandono, il suo stato larvale, ma chiara era la figura di un vescovo sebbene la mitra era quasi del tutto scomparsa, la parte dipinta era molto deteriorata, la pianeta, sopra la veste, era decorata con resti di ricami dorati, mutila di braccia ma ovviamente in atto benedicente.

Tuttaviale vesti riccamente decoratecon ornamenti damascati e racemi vegetali rimandano alla “moda” del suo tempo. Ad ogni modo l’opera d’arte gode di una singolarissima unità per cui non può considerarsi composta di parti……dovrà continuare a sussistere “potenzialmente” come un “tutto” in ciascuno dei suoi frammenti e questa “potenzialità” sarà esigibile in una trasposizione direttamente connessa alla traccia formale superstite, in ogni frammento, alla disgregazione della materia. (C. Brandi “Teoria del restauro”, Roma 1963, p. 16)

La statua si impone all’osservatore nella sua posa rigida ed ha volumi compatti, addolciti dalle pieghe delle vesti, il tutto in una perfetta simmetria dell’intera figura.

Il simulacro del Santo non è stato mai restaurato, a differenza, ad esempio, della statua lignea del San Donato di Rotello, ancora conservata e di cui si avanza una datazione trecentesca non certa, poiché è molto alterata dai cattivi restauri, nel volto giovanile e sorridente un grosso naso sproporzionato, ritoccato da stuccature e ridipinture, anche le mani posticce sono troppo grandi, la rigidità della posa non è in alcun modo stemperata dal gioco di pieghe della pianeta, non c’è movimento né un accenno di animazione. Tornando al nostro Santo abbandonato nei magazzini del Castello Cinquecentesco de L’Aquila, in attesa di un restauro mai fatto, possiamo chiaramente ammirarne l’intaglio originale, diverse parti sono prive dell’incamottatura (tecnica antichissima che dava la base al colore, usata già dagli egizi), questo anche per il lavorio degli insetti xilofagi.

La figura è esile, il volto di un anziano barbuto sembra accennare, nonostante il suo stato quasi illeggibile, un dolce sorriso nell’atto di benedire con la mano destra, mentre con la sinistra regge il pastorale,l’iconografia medievale era questa, anche seentrambe le braccia sono irrimediabilmente perdute.

Ebbene dopo la mia segnalazione al parroco della Cattedrale di Larino, Don Luigi Marcangione, e le varie vicissitudini “burocratiche”, nel maggio del 2014 la statua viene presentata alla cittadinanza, e non è un caso quel mese perché nei giorni 25, 26 e 27 di maggio si svolge la Carrese di San Pardo. L’evento di quell’anno restituirà la sacra immagine a Larino che la può finalmente ammirare nel Museo Diocesano della Città intitolato al Monsignor G. A. Tria.

Al Tria tanto si deve per quanto riguarda la storia larinese e con essa la storia della venerazione secolare del Santo, di cui scrive : è indubitato, come da che i Larinati ebbero il Sagro Corpo di San Pardo nella loro Città, giammai lasciarono di venerarlo, e ricorrere alla sua intercessione, invocando il suo nome e conservare il suo Sagro Deposito, come un pregiato tesoro……

(G.A.Tria “Memorie della Città e Diocesi di Larino Metropoli degli Antichi Frentani”, Roma, 1774, p. 650). In pochi conoscono questa antica statua, questo scritto è un tributo all’arte lignea medievale molisana che abbiamo riscoperto e valorizzato, come ho evidenziato inun mio precedente articolo sulla Madonna di Toro, oggetto di un lodevole restauro, ma soprattutto di fede, poiché essa testimonia il culto secolare dei cittadini larinesi e non sololarinati di San Pardo.

Dall’ 842, anno in cui le reliquie del Santo arrivarono a Larino, la Città e Diocesi lo festeggiano nei giorni 25, 26 e 27 maggio in una processione di oltre cento carri trainati da buoi e addobbati con ricche coperte e trine, fiori di carta realizzati artigianalmente. E’ un unico tripudio di colori, suoni di campanacci, Laudate che invocano i Santi della antica Diocesi e la città tutta partecipaed attende quei giorni in cui si avverte quella “sospensione” che non certo appartiene alla normalità ma che è l’atmosfera unica della festa religiosa per eccellenza, la festa della bella stagione , del risveglio della natura e denominata anche da alcuni studiosi “La Festa della Primavera”, è questa la festa di San Pardo “che nel cader dei secoli immoto resterà”.

Adolfo Stinziani