Beni confiscati: in Molise esiste lo “Statuto dei beni” iscrivibili a patrimonio?

L'osservatorio ven 14 gennaio
Cronaca di Claudio de Luca
2min
Beni confiscati: i Comuni molisani si sono dati  uno “Statuto dei beni” iscrivibili a patrimonio? ©Termolionline
Beni confiscati: i Comuni molisani si sono dati uno “Statuto dei beni” iscrivibili a patrimonio? ©Termolionline

MOLISE. Tra le pagine del Pnrr c'è una parte dedicata ai beni confiscati alla Mafia. Il Governo, per il tràmite dei Fondi europei, ha stanziato 250 milioni di euro per la riqualificazione e la valorizzazione delle proprietà sottratte alla criminalità organizzata nelle regioni del Mezzogiorno. A tali finanziamenti si aggiungono altri 50 milioni per progetti particolari che richiedono l'intervento di più soggetti competenti. Come abbiamo già riferito di recente, nel Molise, le proprietà sottratte alla malavita sono undici e la Regione ha pubblicato un bando a cui i Comuni possono rispondere per acquisire i finanziamenti. Sarebbe opportuno che i Sindaci interessati si attivassero per partecipare all'avviso pubblico, così da ottenere risorse importanti per la crescita dell'intero Molise. Lo ha spiegato qualche volenteroso consigliere regionale, sottolineando che “Il Pnrr è un'occasione per potenziare i servizi pubblici di prossimità e quelli di cittadinanza, agevolando la creazione di attività economiche nel settore della cultura, del sociale e del turismo”. Il riuso sociale di immobili e terreni confiscati alla criminalità può servire allo sviluppo delle comunità emarginate, cosicché questi patrimoni possono diventare una base logistica per processi di riconversione territoriale.

Si definiscono fragili quei territori in cui si concentri una serie di criticità quali lo spopolamento, l’invecchiamento, la bassa partecipazione, l’erosione dei redditi, la rarefazione commerciale, l’isolamento, la distanza dai servizi e dagli snodi logistici, il dissesto idrogeologico, l’abbandono. In termini più ampi, questa è la fotografia del Molise, essendo possibile ricorrere a tali espressioni per riferirsi a tante comunità escluse dalle appartenenze forti, lontane dalla centralità storica e dalle sedi in cui si accumula ricchezza e si elaborano i valori dominanti. Tre ordini di ragioni spingono a sollecitare il dibattito sul riuso dei beni confiscati in tali contesti. Il primo riguarda la distribuzione territoriale dei patrimoni, che si addensano proprio in aree dove le economie criminali e predatorie intensificano gli elementi di fragilità. Spesso coincidono con aree interne e “di provincia”. Circa un terzo di immobili e terreni (5.611 su 16.361 totali, il 34%) si trova in Comuni di piccole (fino a 5.000 ab.) e medio-piccole dimensioni (da 5.001 a 14.999 ab.)

Come già abbiamo scritto, la scadenza per la presentazione delle domande è fissato dall'avviso dell'Agenzia per la coesione territoriale per le ore 12 del 24 gennaio. Quindi i Comuni devono fare presto. Sono fondi importanti, da non perdere, perché la valorizzazione dei beni confiscati costituisce un importante segnale in direzione della legalità. Nel documento del Governo sono previsti criteri premiali per l'assegnazione delle risorse per l'utilizzo (e la riconversione dei beni confiscati) in asili-nido o in centri antiviolenza per donne e bambini. Queste risorse possono innescare percorsi positivi di crescita sociale ed economica, oltre che opportunità di lavoro. A tale proposito la Regione Lazio, la Direzione investigativa antimafia e la Direzione nazionale antimafia hanno siglato un protocollo che permetterà di controllare e prevenire eventuali infiltrazioni criminali nelle gare d'appalto del Pnrr. Insomma altrove c'è chi già si è mosso al fine di utilizzare le risorse provenienti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Come? Acquistando – per esempio - palazzine sottratte alla “'ndrangheta” magari destinando gli immobili per scongiurare l'emergenza abitativa dei vari centri che, poi, è esattamente quello che vuole l’Europa con il Pnrr.

Naturalmente un Comune dovrebbe essersi dato uno “Statuto dei beni”, iscritti nel patrimonio dell’Ente come potenziale sede istituzionale di interventi di welfare (es. alloggi, attività di inclusione sociale e socio-assistenziale, ‘et alia’) e di economia civile, sociale e solidale (per finalità produttive, agricole, culturali, di turismo sociale ecc.).

Claudio de Luca

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