Evasori solo dopo il terzo grado di giudizio

Cronaca
Termoli venerdì 14 settembre 2018
di Claudio de Luca
Evasione fiscale
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LARINO. Le cifre sono imponenti. Ma, nell’ordinamento italiano, persino un assassino-confesso, condannato prima in assise e poi in appello, viene considerato ancora un “presunto” omicida almeno fino alla sentenza della Corte di Cassazione.

Perché, invece, per gli evasori questo non accade? Vediamo l’esempio del Molise, collocato al 5° posto in uno studio della Cgia di Mestre, dopo che i discendenti di Vincenzo Cuoco avrebbero sottratto al Fisco nazionale 529 milioni di euro pari al 20,6% per ogni 100 euro di gettito incassato a fronte di una media nazionale del 16,3%. Chi abbia sempre a presumere la non-colpevolezza dell’accusato, almeno sino all’esaurimento dei gradi di giudizio, rispetta un dettato costituzionale. Invece, nel caso degli evasori fiscali, viene sposata subito la pretesa della Polizia tributaria o dell'Amministrazione finanziaria. Si tratta di evasori, punto e basta.

Or bene, può darsi che tutti siano realmente tali, ma finché a dichiararcelo è solo la Guardia di finanza, pur con tutto il rispetto che si deve alle Fiamme gialle, bisognerebbe riconoscere che non di “evasori” in assoluto si tratta quanto piuttosto di “presunti” tali. Se anche, fra i 7mila sorpresi, solo 7 non fossero evasori, comunque avrebbero diritto di non essere confusi con i reali trasgressori delle regole fiscali. Per far comprendere meglio il nostro assunto, ci riferiremo – a mo’ di esempio - ai dati registrati nei primi otto mesi di dieci anni or sono, quando l’Amministrazione finanziaria introitò circa un miliardo. Naturalmente si trattò di una somma pervenuta da contribuenti che avevano aderito, conciliato o rinunciato ad impugnare e definito le sanzioni per cui erano stati accusati, senza ribadire alle pretese del Fisco.

In quel periodo, la Direzione regionale delle entrate effettuò 984 controlli ordinari in materia di imposte dirette, di Iva e di Irap. La maggiore imposta totale accertata fu di 22.245.864 euro. I contribuenti dei territori più prossimi al Molise, l’Abruzzo e la Basilicata, si videro accertati – rispettivamente – per 4.858 e per 1.950 ispezioni, con una maggiore imposta complessiva di circa 130 milioni di euro. Già quei dati confermavano che i contribuenti, anziché “aderire”, avevano preferito praticare la strada del contenzioso. All’epoca, a guidare la classifica di chi aderì spontaneamente alle pretese del Fisco fu la Lombardia che – nel periodo gennaio-agosto - portò a casa circa 323.970.508 di euro. Seguì il Veneto con circa 97 milioni e l’Emilia-Romagna con 77. In questi casi, gli strumenti presi in considerazione dall’Amministrazione finanziaria consentirono un recupero in tempi brevi. Altro discorso va fatto per quanto concerne i dati relativi agli accertamenti ordinari di imposte dirette, di Iva e Irap. Sino al 31 agosto, furono quasi 137mila i controlli, per un totale di maggiore imposta accertata pari a quasi 6 miliardi di euro che diedero 41.628 euro per singolo contribuente. In questo caso, i risultati videro il Lazio guidare la classifica, con un miliardo circa di maggiore imposta accertata; poi la Lombardia con 980 milioni ed il Veneto con 9.521.

Tutto questo significa che, dopo i reboanti annunci di “evasioni” conclamate, bisogna sempre attendere i risultati finali per sapere quanti contribuenti abbiano scelto di usufruire degli strumenti deflattivi del contenzioso (e, quindi, abbiano proceduto al versamento in tempi brevi) e quanti abbiano invece intrapreso il cammino della contestazione in sede giudiziaria. Sempre in quel 2008, preso ad esempio, i contribuenti molisani (che aderirono, conciliarono, rinunciarono all’impugnazione, etc.) versarono nella cassa della Direzione regionale delle entrate 2.747.320 euro. Molto meno degli abitanti della Basilicata (4.812.412) e della Valle d’Aosta (4.636.707).

Quanto poi alla somma di 50 miliardi, che doveva introitare lo Stato, venne acquisito meno di un miliardo. Nella sostanza non va mai dimenticato che la rilevazione è di parte: se il contribuente contesta, la Giustizia tributaria gli può dare ragione, come accade sin troppo spesso comparendo dinanzi ad un Giudice. L’armamentario fiscale italiano è composto da oltre 100 voci. L’esempio più clamoroso è quando si fa il pieno all’auto, quando la base imponibile su cui si applica l’Iva è composta anche dalle accise sui carburanti. Con un giorno di lavoro in più rispetto al 2018, nel 2016 (ultimo anno in cui è possibile fare una comparazione con i paesi Ue) gli Italiani hanno lavorato per il Fisco fino al 2 giugno (154 giorni lavorativi), vale a dire 4 in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro e 9 se, invece, la comparazione è realizzata con la media dei 28 Paesi dell’Ue.

Claudio de Luca