L’ombra dei clan pugliesi e rom investe il Molise: nel mirino droga, appalti e auto di lusso

Nell’ultimo rapporto semestrale della Direzione Investigativa Antimafia si evidenzia come in Molise la mafia non sia presente stabilmente con le sue organizzazioni, ma vi sia l’ombra dei clan pugliesi e dei rom

Cronaca
mercoledì 05 agosto 2020
di Valentina Cocco
Direzione Investigativa Antimafia (Dia)
Direzione Investigativa Antimafia (Dia) © Dia

ROMA. In Molise non ci sono presenze stabili di organizzazioni malavitose, ma vi è l’ombra delle cosche di ‘ndrangheta, dei clan della camorra e dei sodalizi pugliesi che restano la fetta criminale più diffusa: è quanto emerge nell’ultimo rapporto della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) facente riferimento al semestre compreso tra giugno e dicembre 2019.

Un profilo che parla di una mafia latente e non locale, dedita principalmente allo spaccio di stupefacenti «che utilizzavano, però, pregiudicati locali per lo spaccio» e che tuttavia, non disdegna di mettere le mani su settori quali ambiente ed enti: «con finalità conoscitive del fenomeno della criminalità organizzata nel territorio regionale – si legge nel documento - Dei suoi diversi profili di interesse tra i quali quello dell’ambiente, quello delle possibili infiltrazioni negli enti locali e quelli collegati alle procedure degli appalti pubblici e privati».

Ad incentivare i traffici illeciti, secondo il rapporto della Dia, ci sarebbero persone esterne che conoscono bene il territorio e che, grazie a degli accordi, faciliterebbero i rapporti in regione con «intese con pregiudicati di altre nazionalità, stabilitisi in Molise, o con famiglie rom stanziali, che agevolano la gestione sul territorio delle attività illecite tipiche delle associazioni mafiose, che sembrano così non avvertire la necessità di radicarsi».

Le indagini condotte nel secondo semestre del 2019 evidenziano come, alla base delle infiltrazioni malavitose, ci sia « la vicinanza geografica tra il Molise e la Campania» che favorisce la «migrazione, in territorio molisano, di pregiudicati di origine napoletana e casertana, in particolare lungo la fascia adriatica e nelle zone tra il Sannio ed il Matese». Tra le “famiglie” che riescono ad allungare i propri tentacoli sul Molise c’è il cartello casertano dei Casalesi, come descritto nel rapporto: «Una conferma proviene dai sequestri di beni (alcuni dei quali hanno riguardato proiezioni di gruppi camorristici), dall’arresto di latitanti (che da quelle zone possono continuare a occuparsi della gestione dei sodalizi di appartenenza), dalla presenza diffusa di pregiudicati, con i rispettivi nuclei familiari, che hanno scelto di stabilirsi in Molise a seguito del divieto di dimora in altre regioni».

In Molise, tuttavia, non vi sarebbero solo i clan casertani, ma anche dei sodalizi di origine foggiana «presenti con proprie propaggini, al pari dei clan campani, nella zona costiera molisana, in particolare nelle cittadine di Termoli, Campomarino, Petacciato e Montenero di Bisaccia. Ciò riguarda, in prima battuta, il traffico di sostanze stupefacenti. In particolare, il ritorno in libertà di figure di vertice di alcuni storici clan lucerini, in provincia di Foggia (Ricci, Cenicola e Barbetti), sembra averne favorito la propensione ad estendere i propri traffici illeciti nel molisano», si legge ancora nel documento.

Gli stupefacenti, pur restando uno dei settori più redditizi dei clan, non rappresenta il loro unico introito. Nelle due province (Campobasso ed Isernia) gli interessi delle organizzazioni criminali comprendono le associazioni a delinquere che su Isernia sono ben evidenziate dall’operazione Galaxy di ottobre 2019: «coordinata dalla Procura della Repubblica di Isernia – scrive la Dia - Che ha riguardato un’associazione per delinquere finalizzata alla frode transnazionale in danno dell’Italia e dell’Unione Europea sulla vendita di auto di lusso, con un sistema di triangolazioni societarie. L’organizzazione, che sfruttando l’indebito risparmio d’imposta, aveva acquisito una rilevante quota del mercato nazionale degli autoveicoli di lusso, aveva base stabile in Italia e proiezioni internazionali, in particolare nella Repubblica Ceca e in Germania. Alla stessa facevano capo aziende minori - operanti in Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Abruzzo, Marche, Sicilia, Puglia e Molise - e due grossi gruppi commerciali presenti nel Lazio e in Campania, riferibili a esponenti del cartello dei Casalesi, di clan camorristici dell’area vesuviana e dell’agro nocerino-sarnese».

Altri settori in cui si evidenzia la contaminazione mafiosa sono i trasporti, lo smaltimento ed il recupero dei rifiuti, i servizi di pulizia di immobili, del movimento terra e dei lavori edili. «Per quanto, infine, concerne i reati commessi da cittadini stranieri, questi riguardano essenzialmente la violazione delle norme sull’ingresso e la permanenza in Italia – conclude il documento - Gli stranieri privi di permesso di soggiorno costituiscono, infatti, il bacino da cui attingono i cosiddetti "caporali", che li reclutano come manodopera da sfruttare per lavori nel settore agricolo o le organizzazioni criminali per le attività di spaccio di sostanze stupefacenti».