“Premio internazionale alla Cultura Luca Romano” 2021, a tu per tu con Antonietta Aida Caruso

Cultura
domenica 25 aprile 2021
di La Redazione
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Antonietta Aida Caruso
Antonietta Aida Caruso © TermoliOnLine

TERMOLI.  Antonietta Aida Caruso, il 3 ottobre dell'anno scorso ti è stato assegnato il “Premio internazionale Adriatico, un mare che unisce” un Premio che ha coinvolto le regioni italiane che si affacciano sul mare Adriatico, la Slovenia, la Croazia e l'Albania   Quest'anno, il 3 luglio prossimo sei stata invitata alla cerimonia del “Premio internazionale alla Cultura Luca Romano” dove ti consegneranno un nuovo e prestigioso riconoscimento che viene assegnato alle persone impegnate nel quotidiano per diffondere la cultura.

In che consiste questo tuo impegno per l’arte e la cultura?

«Premetto che non mi sono candidata a nessun Premio e non mi aspettavo nessuno dei due riconoscimenti, in particolare quest'ultimo: per me è stata una sorpresa. Ho ricevuto prima una telefonata dal presidente di commissione, poi un’e-mail che m'informava della selezione. La prima cosa che ho pensato è stata che il Premio Adriatico avesse creato una rete d'informazioni, generando delle risonanze e infatti qualche tempo dopo sono stata invitata ad esporre al Premio Sulmona; così ho pensato che alcuni si erano documentati sulle mie attività, scoprendo che non mi occupavo solo di arte, ma che scrivevo e operavo per la cultura in senso più ampio. Non so se effettivamente le cose siano andate in questo modo, ma di certo ho avuto la sensazione di entrare in un contesto più vasto di quello cittadino e molisano. In che consiste il mio lavoro per la cultura?

Credo che la cultura sia il nutrimento della mente e dell'anima, quindi indispensabile per vivere, come il cibo. Non penso alla cultura come un insieme di conoscenze ed erudizione, ma come ethos, sentire, pensare, espressività. La cultura è nella gente e nei luoghi. Nel mio lavoro d'insegnante ho sempre puntato a suscitare curiosità e passione negli studenti e a considerare luogo della cultura il reale che ci circonda, in tutte le sue sfaccettature. Nel Liceo Artistico cercavo sinergie, anche esterne alla scuola, e realizzavo progetti dove ogni apporto era come un tassello di un unico puzzle che aveva il contesto come humus culturale. L'arte non è solo prerogativa di pochi talenti, ma è presente anche nel territorio, se la sappiamo riconoscere e tutelare. Nel mio lavoro di architetto ho sempre pensato all’architettura come opera d’arte e non come pratiche d’edilizia. Parlare di architettura, pittura, scultura, letteratura come prodotti separati è una forma di astrusa compartimentazione. Per me, fare cultura è operare in maniera integrata nei diversi linguaggi».

Pensi di meritare il Premio?

«Mi è capitato di pensare, talvolta, che le cose che facevo non avessero incidenza nel reale e che fossero inutili. A volte mi chiedevo perché continuare ad affollare la mia casa – già bella di per sé –di tante sculture e pitture e perché scrivere ancora. Invece, attraverso questi ultimi Premi, ho constatato come le nostre azioni non sono neutre, ma sono simili a sassolini lanciati in un lago: dapprima producono solo piccoli cerchi, poi generano risonanze che, incontrandosi con altre, possono produrre correnti che non ti aspettavi. Allora un Premio è un'attenzione di altri a quello che fai che ti aiuta a superare l'isolamento, particolarmente sentito in questo nostro tempo, e a credere di più nel tuo operato.

Il Premio che mi hanno riconosciuto mi ha fatto piacere, come no! e ringrazio di cuore le autorevoli personalità delle commissioni. Ma ciò che conta se si fa cultura, cioè se si esercita il pensiero e la riflessione, è che da un testo poetico, un brano musicale, un'opera visiva possa scaturire un'emozione... un’increspatura nella vita di qualcuno.
E questo, forse, ha un valore».

Hai detto che un Premio ti fa superare l’isolamento. Lavori in isolamento?

«Sono sola nella personale attività artistica, ma ricerco poi il confronto. Passo intere giornate chiusa nel mio rifugio creativo e desidero uscire per cose per cui valga la pena. Amo partecipare a collettive, antologie e io stessa lavoro per realizzarne. Ho partecipato a collettive a Rimini, a Bari, a Vienna, a Budapest, a Monreale... Recentemente, su invito del curatore Massimo Pasqualone, ho fatto parte del gruppo di scrittori italiani che hanno realizzato il libro "Nei giardini di agapanthus" che verrà presentato a Fuerteventura, alle Canarie. Peccato non andarci! Ora siamo a casa, ma continuo a viaggiare attraverso i miei progetti che subito propongo ai Cantieri Creativi. L’associazione è nata proprio dal desiderio di superare l’isolamento». 

Nella mia attività di giornalista e direttore del giornale ho spesso redatto articoli sugli eventi dei Cantieri Creativi. Com'è questa associazione di cui sei referente?

«Credo che sia bello interagire con gli altri, condividere le proprie abilità e ricerche, prendere iniziative. S’impara gli uni dagli altri e quello che puoi fare viene amplificato dalla forza dell'essere in gruppo. È bello che persone che condividono le stesse passioni si aggreghino spontaneamente sul territorio e, operando insieme, creino una forza sinergica. I Cantieri Creativi hanno fatto mostre, incontri di poesia e performance nella sala e nel giardino di villa Inclinata – casa mia e sede dell'associazione – nel Castello e nella Galleria civica di Termoli, nel MACTE, nel Liceo Artistico Jacovitti, nel Circolo Sannitico di Campobasso, nella sala Conedera di Guardialfiera, nella galleria Ruggiero presso l’hotel “Le Cupolette” di Vinchiaturo, nell'antico convento di Bonefro... Ogni incontro avviene con lo scopo di valorizzare tutte le componenti, con una sorta di polifonia, più voci che concorrono a creare un'espressività variegata e organizzata, oltrepassando la dicotomia tra teoria e pratica, tra la critica e il fare. Così come avviene nel teatro – dove parole, musica, danza si fondono – allo stesso modo mi piace sviluppare eventi artistici coi diversi linguaggi.

Gl'incontri dei Cantieri Creativi sono la punteggiatura della vita quotidiana, aiutano a rallentarne la lettura, quindi a riflettere per cercare di vedere oltre ciò che appare. Siamo come incastrati nei tempi e nei ruoli sul lavoro. Ogni giorno, attraverso i media, assorbiamo brutte notizie. Come in una sorta di tempio sacro, la poesia, la pittura, la scultura, la musica svolgono la loro funzione di riflessione sul mondo, attuando un distacco momentaneo dai ritmi serrati, per permetterci di osservare, a distanza, la vita che creiamo giorno dopo giorno. Allora ci accorgiamo che viviamo tra sogni sconnessi, tra immagini pilotate che ci condizionano, in un bazar di ostentazione sicura di azioni insensate. E cerchiamo un senso a questa vita, come canta Vasco Rossi. La cultura, in fondo, è questa ricerca di senso».

In questi anni i Cantieri Creativi hanno prodotto anche libri?

«Sì, antologie poetiche illustrate, cataloghi d'arte e memorial per valorizzare quelle persone scomparse che hanno lasciato un segno. Credo che sia necessario produrre testimonianze che restino nel tempo, valorizzando gli individui e la cultura del territorio. Anche se oggi il digitale è indispensabile, un libro rimane uno strumento insostituibile per la cultura. Allora, se si fa poesia, arte... occorre lasciarne traccia. Questo è lo scopo dei libri. Non c'è fine commerciale, né si lavora come casa editrice per tutti. Mai abbiamo avuto fondi pubblici e le spese sono a carico dei membri dell’associazione. La specificità dei libri dei Cantieri Creativi è la parola illustrata dal disegno, in modo che un’espressione potenzia l’altra e non si generi semplicemente un’addizione di elementi, ma venga arricchito il potere poetico di entrambi. La parola genera immagini, evoca sentimenti, richiama vissuti, il disegno s’innesta nella creazione delle parole, aumentandone la suggestione».

Sappiamo che dal 2010 ad oggi il lavoro dei Cantieri Creativi è stato costante, quali sono gli appuntamenti fissi?

«Il 10 agosto è un appuntamento sotto le stelle di San Lorenzo: una serata speciale di arte visiva e poesia - giunta quest'anno alla VII edizione -; poi almeno un paio di mostre, recital, presentazioni dei libri illustrati, con la musica che fa da base e su cui si modulano tutti gl'incontri. In realtà è un lavoro notevole, che effettivamente non mi sembra neanche di aver svolto, perché se ci metti la passione, la dedizione, tutto avviene fluidamente, quasi naturalmente. Credo che questo accada a tutti coloro che abbiano la fortuna di realizzare un lavoro che amano e che riescono a condividere. Importante per me è infatti essere sostenuta dagli amici. Da sola non avrei potuto farlo. Certamente il Premio genererà altri incontri e interazioni. Speriamo solo che il cielo ci aiuti».