All’Alberghiero rivive il ricordo del campo di internamento di Ferramonti

Cultura
venerdì 24 gennaio 2020
di Valentina Gentile
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All’Alberghiero rivive il ricordo del campo di internamento di Ferramonti
All’Alberghiero rivive il ricordo del campo di internamento di Ferramonti © Termolionline.it

TERMOLI. Un impegno e un’organizzazione minuziosa, apprezzati dal pubblico e in primis dagli ospiti, hanno trasformato nella giornata di ieri l’istituto alberghiero in un vero luogo di memoria storica di un frammento della Shoah. L’evento, imperniato attorno al campo di prigionia calabrese di Ferramonti di Tarsia, si è articolato in più momenti distinti eppure sapientemente connessi. L’esperienza per gli astanti inizia già nell’atrio, dove ad accoglierli è la rappresentazione di un campo di concentramento ad opera degli studenti, nei panni di ebrei e rom in abiti tradizionali, attorniati da rumori e oggetti che rievocano atmosfere drammatiche.

Nell’aula magna è la preside Maricetta Chimisso a fare gli onori di casa. «L’evento di stasera è frutto di sinergia fra persone con una sensibilità particolare per l'Olocausto, un pezzo di storia che a lungo ho creduto morto, sepolto da una sensibilità più matura» sono le parole della dirigente. «Il fatto che se ne parli ancora ci aiuta nel processo di conoscenza, ed è nostro dovere perpetuare la memoria, indicare un modo migliore di essere cittadini del mondo che parta dalla convivenza tra popoli, culture e religioni; è un dovere soprattutto come scuola». La medesima iniziativa è stata proposta infatti già al mattino a beneficio degli alunni.

Come fulcro della giornata è stata scelta la presentazione del romanzo “Ferramonti – Storia di una vita”. La professoressa Ferrante lancia il collegamento con uno dei tre autori del libro, Tommaso Orsimarsi, che accenna al motivo che li ha spinti a voler ricordare proprio il campo di Ferramonti: «Per raccontarne la storia, il passato ma anche il presente». Oggi infatti a Tarsia sorge un museo della memoria dedicato a quest’ultimo.

Su un lato, durante l’intero corso degli interventi, i pittori Nadia Turco e Antonio Ioannone dipingono in estemporanea.

Buio in sala per uno dei momenti più suggestivi: tornano protagoniste le ragazze interpreti delle deportate, entrando a passo di una lenta danza e declamando frasi di Primo Levi. A fare da controcanto, due alunne leggono invece brani dal romanzo in presentazione, lasciando poi spazio a Pino Ambrosio, senza dubbio il più coinvolto emotivamente fra i tre autori: “Ferramonti” è infatti un progetto autobiografico, nato come sceneggiatura per un film – che probabilmente vedrà l’inizio delle riprese entro l’estate – ma poi trasposto in forma narrativa.

Il legame di Ambrosio col Molise è molteplice: calabrese di origine e svizzero di adozione, sua moglie è di Petacciato e, come da lui stesso dichiarato, l’opera è stata composta fra le colline petacciatesi e il porto di Termoli. Termolese è anche l’amico Giorgio Guidi dell'associazione “Isola dello sport”, che ha aiutato l'autore a correggere la versione italiana della sceneggiatura. Soprattutto, però, il protagonista della storia è un ragazzo ebreo catturato in Grecia nel ‘43 e deportato in Calabria passando da Termoli e Campomarino: altri non era che il padre mai conosciuto dello stesso Pino Ambrosio. Nel raccontarne le vicende, dalla cattura in Grecia a opera dei tedeschi passando per il fienile di una ragazza calabrese che gli diede rifugio (e poi un figlio), l’autore emoziona il pubblico, lasciandolo col fiato sospeso su un incontro che cambierà le sorti di questo figlio emigrato.

Ferramonti di Tarsia, a molti ancora sconosciuto, è il più grande campo di concentramento italiano. Non era un campo di sterminio, come ricorda anche la professoressa Ferrante, ma pur non rischiando la vita i suoi internati hanno sofferto a lungo la lontananza dalle famiglie e le condizioni precarie. Vi erano detenuti soprattutto ebrei, zingari, greci e cinesi. Per la cura dei dettagli storici, Ambrosio ringrazia Tommaso Orsimarsi e Esperia Piluso, le “mani tecniche” che stanno dietro questa autobiografia.

La parola passa all’altra grande ospite: Lydia Schapirer, presidente delle comunità ebraiche del centro-sud, che si dice molto toccata da quanto le ragazze hanno messo in scena. Anche suo padre fu internato a Ferramonti, e lei ammette di essere stata restia ad ascoltarne i racconti in infanzia, rimpiangendolo in seguito. Ma questo non la rende meno vicina alla storia: «Noi purtroppo abbiamo nel dna la Shoah,» afferma. «Sarebbe bastato che non ci fossero stati i fascisti italiani a mandare i loro concittadini nei campi di concentramento e tutto questo per noi non sarebbe accaduto. E dire che essere ebrei è solo appartenere a una religione».

Dopo la Calabria il signor Schapirer è stato trasferito in un campo in Abruzzo, da dove è riuscito a fuggire grazie ai contadini di Lanciano, molti dei quali sono stati infatti fregiati del titolo di “Giusto fra le nazioni” (denominazione che indica i non ebrei che hanno agito per salvare gli ebrei).

«Ai giovani è affidato il compito di prendere coscienza e ribellarsi alle ingiustizie», incalza la presidente, ripetendo quanto già detto fermamente incontrando gli alunni durante la mattina. «La Shoah ha dimostrato che non si può annientare un popolo. Oggi la comunità ebraica è viva e affermata»: con queste parole la Schapirer invita a visitare la comunità ebraica di Napoli, dove sorge un tempio che ha più di 150 anni.

È una domanda dal pubblico a sollevare quello che probabilmente è il nodo più spinoso della questione ebraica: «Come può ancora oggi esserci il negazionismo?». Lydia Schapirer ammutolisce tutti: «Non ci fa mica piacere, sapete. Eppure tant’è. Quindi rigiro a tutti voi la domanda: nonostante tutti i documenti, tutti gli studi… perché? A voi interrogarvi e rispondere».

Un momento conviviale segna infine la giusta conclusione della giornata. I ragazzi servono tre piatti della tradizione ebraica: la pizza dolce di Beridde, lo challah (il pane dolce del sabato) e una torta di arancia e mandorle. Perché, come anticipato dalla Schapirer, «quando si parla di ebrei non si parla solo di pianti e tragedie! Siamo un popolo festoso e gioioso!».


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