Letteratura e antropologia, da giovedì la tre giorni all'Unimol

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Termoli mercoledì 12 giugno 2019
di La Redazione
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Letteratura e antropologia, da giovedì la tre giorni all'Unimol
Letteratura e antropologia, da giovedì la tre giorni all'Unimol © Unimol

CAMPOBASSO. Talvolta il caso intreccia inaspettatamente eventi culturali che nascono e si sviluppano in autonomia, ma che finiscono poi per trovare convergenze non scontate. Ed è proprio una di queste coincidenze la quasi concomitanza fra il Convegno Annuale della Società italiana per lo Studio della Modernità letteraria (MOD), dedicato quest’anno ai rapporti fra letteratura e antropologia, e la mostra di preparati anatomici plastinati secondo la formula originale di Gunther Von Hagens, che troverà luogo nelle sale espositive dell’Hotel Rinascimento di Campobasso, il 15 giugno.

Qualcuno potrebbe trasalire. Anatomia, antropologia e letteratura? Concomitanti? In parte, sì. Ma andiamo con ordine; però non senza aver prima ricordato che il Convegno annuale MOD, proposto dal Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione di UniMol e ospitato dall’Ateneo molisano nelle date del 13, 14 e 15 giugno negli spazi del Dipartimento Giuridico, è un evento che prevede un programma particolarmente ricco. Basta dare un’occhiata ai tantissimi nomi presenti nelle sessioni parallele del convegno stesso. Non sono certo pochi gli studiosi che esporranno le loro idee critiche e storiche sul tema proposto e alcuni sono afferenti a università straniere (Varsavia, Parigi, Cambridge, Madrid, Berlino, Clemson...).

La tre giorni prevede infatti numerose relazioni e più di un centinaio di comunicazioni distribuite in undici sessioni parallele, tutte dedicate al binomio scientifico che intitola il convegno stesso. Si intende in tal modo approfondire le molte coniugazioni possibili fra discipline soltanto apparentemente distanti fra loro, concentrandosi sulla ricchezza di un dialogo antico e ben declinato nella modernità letteraria da scrittori, poeti e antropologi in un affascinante dedalo di interessi convergenti e numerose collaborazioni.

Domani, giovedì 13 giugno, alle ore 15.30, nell’Aula Magna “Vincenzo Cuoco” - Dipartimento Giuridico - del I Edificio Polifunzionale di viale Manzoni a Campobasso, l’apertura della Convegno annuale della Società per lo studio della modernità letteraria con gli indirizzi augurali e di benvenuto del Rettore, Luca Brunese, del Direttore del Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione, Vincenzo Di Nuoscio e del Presidente MOD, Simona Costa. Ad arricchire il programma per gli oltre 120 studiosi partecipanti all’appuntamento nazionale, la visita al sito archeologico di Altilia (Saepinum), prevista nella seconda giornata, venerdì 14 giugno.

I relatori delle due sessioni plenarie (13 e 15 giugno) sono nomi ben noti: Mario Barenghi (Milano), Elisabetta Mondello (Roma), Caterina Verbaro (Roma), Giuseppe Lupo (Milano), Patrizia Zambon (Padova), Alberto Carli (che insegna Letteratura italiana contemporanea all’UniMol e che di questo convegno è stato l’ideatore). Né manca, naturalmente, la voce dell’antropologia: Antonio Fanelli (nativo di Riccia, ma afferente all’Università degli Studi di Firenze) rievocherà il carteggio fra Eugenio Cirese ed Ernesto de Martino. Andiamo con ordine, come si diceva.

L’antropologia che si sviluppa nel XIX secolo e che vede la sua età eroica nel clima del Positivismo è figlia di una medicina anch’essa in via di trasformazione che, nei musei di anatomia umana (spesso teatro di canovacci horror come quello famoso di Mary Shelley), trovava inaspettatamente una forte connessione con il pensiero letterario dei primi poeti “maledetti” italiani. Che dire, infatti, della Lezione di anatomia di Arrigo Boito o dei versi dedicati A un feto da Emilio Praga? Si tratta di opere che narrano la realtà scientifica dell’epoca, tra eredità romantiche e nuovi sentori letterari moderni non lontani dall’ispirazione di un Charles Baudelaire. Figlia di una medicina in via di evoluzione, nasceva nello stesso periodo la prima antropologia italiana: erano i tempi di Paolo Mantegazza, ma anche quelli di Cesare Lombroso e il connubio fra medicina e antropologia sfociava nelle suggestioni, talvolta spaventose, di una prima criminologia fallace, che si nutriva di paleontologia, sociologia, psicologia, oltre che, come già detto, di medicina.

E la letteratura? La letteratura descrive, trasforma, trasfigura per la prima volta un mondo soltanto apparentemente lontano da essa. Federico De Roberto, Giovanni Verga, Luigi Capuana... Già soltanto nel XIX secolo i nomi dei più noti scrittori si avvicinano ai temi inconsueti dell’antropologia e non si tratta soltanto di antropologia fisica, bensì anche di antropologia culturale. Mentre i primi etnologi e i demologi si chiedono quali siano i rapporti fra il “cranio e la parola” e quali quelli tra archetipi, narrazioni ancestrali e letteratura, gli scrittori scoprono il riuso e il restauro di fiabe, canti e tradizioni popolari. È una via maestra che conduce fino al Canzoniere italiano di Pier Paolo Pasolini (1955) e alle Fiabe italiane di Italo Calvino (1956) in una teoria ininterrotta di riusi e restauri creativi, dove il primitivismo – proprio perché tale – finisce per rappresentare il massimo della modernità. Ad aiutare Calvino nell’impresa delle Fiabe italiane fu Giuseppe Cocchiara, come si sa.

Ma forse, qui in Molise, è anche bene ricordare che l’opera di Pasolini nasce dalle asperità di questa regione e si avvale dell’amicizia sorta fra l’autore e i Cirese, padre e figlio. Insomma, si tratta di rapporti profondi: come quello che lega lo stesso Eugenio Cirese a Ernesto de Martino (a sua volta amico di un’altra grande penna novecentesca come quella di Cesare Pavese). Letteratura e antropologia, ancora una volta. E, ancora una volta, non si tratta soltanto di questo: si tratta anche di romanzi di viaggio, di reportage, di cronache cittadine narrate con piglio letterario. Si tratta del Sud e della magia, per dirla ancora una volta con de Martino; si tratta di un meridionalismo letterario ricchissimo di suggestioni, di fughe e ritorni; si tratta dell’uomo che racconta l’uomo. Perché proprio questo fanno sia la letteratura sia l’antropologia: raccontano l’uomo. Lo fanno con mezzi e fini diversi, certo; ma l’ibridazione, la connessione, l’interdisciplinarità sono forse una delle più importanti chiavi di volta della modernità e della contemporaneità.