«Vogliono chiudere la pesca», la protesta degli armatori al porto di Termoli

Lavoro ed economia
venerdì 11 giugno 2021
di La Redazione
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Protesta in arrivo
Protesta in arrivo © TermoliOnLine

TERMOLI. Siamo alla vigilia della protesta che domani caratterizzerà l’intera marineria italiana. Termoli non starà a guardare e i pescherecci suoneranno le sirene in forma di adesione allo stato di agitazione del settore.

«Una politica dissennata indica la pesca come principale se non unica colpevole dello stato di sofferenza degli stock ittici del Mediterraneo, dimenticando le varie forme di inquinamento, le attività di trivellazione petrolifera, l’intenso traffico navale marittimo, la cementificazione delle coste e le conseguenze dei cambiamenti climatici, e non considerando che i pescatori sono i primi cittadini ad essere attenti allo stato di salute del mare. La Commissione Europea impone già da anni la progressiva riduzione dell’attività in mare ai nostri pescherecci a strascico, il comparto che alimenta per la quasi totalità i mercati ittici italiani, e per i prossimi anni oltre a rendere i pescatori sorvegliati speciali con telecamere a circuito chiuso a bordo, intende continuare su questa strada andando ben oltre il limite di redditività delle imprese che non potranno che chiudere e sbarcare gli equipaggi. Per salvare la pesca italiana, l’economia di migliaia di imprese, salvaguardare il lavoro dei pescatori imbarcati, difendere la cultura e la tradizione secolare del settore, tenere aperti i nostri mercati e continuare ad avere pesce fresco italiano sulle nostre tavole».

La pesca italiana scende in piazza e chiama i cittadini, le istituzioni e le forze politiche a sostenere le ragioni di quanti operano per una pesca sostenibile e lottano contro qualsiasi forma di degrado dell’ambiente marino.

«Oggi lo strascico, domani i palangari, dopodomani le draghe idrauliche, e così via, fino a che a ricordare la pesca rimarrà qualche figurante impiegato dalla pro loco delle marinerie che con barba finta, pipa in bocca e cappello da capitano si farà fotografare dai turisti mentre cuce una rete sulla banchina. La pesca rimane il vaso di coccio da colpire in mezzo ai vasi di ferro, quello su cui è più facile lanciare campagne denigratorie. L’ultimo esempio quella secondo cui i pescherecci dello strascico emettono CO2 più degli aerei; ovviamente lo studio che sostiene questa teoria è stata fatta solo su imbarcazioni da pesca, non su navi da crociera, mercantili o petroliere.

Nel fuoco sacro del Green Deal che pervade la Commissione Europea, alimentato da tante ONG ben foraggiate, lo strascico va chiuso. Poco importa che con esso chiuderebbero i mercati ittici e che si creerebbero istantaneamente migliaia di disoccupati; ristoranti e turismo se la caveranno secondo loro con pesce surgelato (magari pescato da flotte asiatiche in dumping sociale ed ambientale, ma lontano dai loro occhi e fuori competenza territoriale l’ambiente non conta). E magari l’opinione pubblica approverà, scordandosi che nelle agognate vacanze non si troveranno più i piatti regolarmente ricercati dal popolo in ferie. Dopo lo strascico sono già pronte altre vittime predestinate, altri mestieri di pesca che dovranno essere chiusi, per vedere finalmente tanti pesci nuotare in un mare di plastica e morire di vecchiaia o di malattie da inquinamento, ma non di pesca».