Gigafactory day a Roma tra Stellantis e parti sociali, «Vogliamo uno sviluppo manageriale»

L'incontro lun 27 giugno 2022
Lavoro ed Economia di La Redazione
4min
Vittorio Cornacchione e Marco Travaglini ©TermoliOnLine
Vittorio Cornacchione e Marco Travaglini ©TermoliOnLine

TERMOLI. È stato posticipato alle 14.30 l’incontro tra delegazione delle rappresentanze sindacali metalmeccaniche sullo stabilimento Stellantis di Termoli a Roma per entrare nel dettaglio del programma della Gigafactory, o meglio, per cominciare a descriverne il perimetro che servirà per la riconversione parziale del sito di contrada Rivolta del Re. «Il nostro obbiettivo è di chiedere lo sviluppo manageriale del territorio», con queste parole sintetiche ma eloquenti, i rappresentanti della sigla Aqcf-r, Marco Travaglini e Vittorio Cornacchione, che oggi saranno a Roma, hanno definito il proprio campo d’azione. 

Giorni fa la sigla Aqcf-r era intervenuta col segretario generale Giovanni Serra al vertice del Mise, nell’ambito del tavolo sul comparto automotive, ribadendo la criticità del momento – a seguito della decisione Ue di mettere al bando i motori endotermici dal 2035 – ha ricordato i rischi della mono-tecnologia e la necessità di continuare a stimolare il parlamento europeo per l’apertura verso la neutralità tecnologica: sarebbe un passaggio fondamentale per poter garantire, all’intera filiera automotive italiana, il tempo e le risorse per riorganizzarsi e per non perdere nel breve e medio periodo i vantaggi competitivi acquisiti sul fronte tecnologico e per sostenere l’occupazione. «D’altro canto, considerata l’imprescindibilità del percorso verso il full electric, auspichiamo che il fondo europeo per una giusta transizione consenta a tutti i paesi europei, in base alle rispettive necessità, di armonizzare i costi energetici nazionali, ampliare e potenziare la rete di distribuzione dell’energia elettrica e la costruzione delle infrastrutture necessarie per i punti di ricarica. Infatti il recente voto politico del Parlamento di Strasburgo, che sancisce la totale messa al bando dei motori endotermici dal 2035 in Europa – passato nonostante forti opposizioni e autorevoli pareri contrari – getta ombre estremamente cupe sull’intero settore automotive del nostro continente.

Di più, in Italia, rischia di dilapidare un grande patrimonio di conoscenze, competenze e abilità accumulate negli anni nel settore, e riconosciuto in tutto il mondo, mettendo così in forse il futuro occupazionale di decine di migliaia di addetti. Come Accf-r riteniamo che una norma così concepita sia improvvida. Non solo per le ricadute negative che avrà sul piano occupazionale, ma anche perché vanifica di fatto l’importante patrimonio tecnologico sull’endotermico, che il nostro Paese ha saputo costruire in anni di investimenti, ricerca e sviluppo, formazione dei tecnici e delle maestranze della filiera, fino ad arrivare attualmente a produrre motori di ultima generazione con bassissime emissioni. La decarbonizzazione dei trasporti, peraltro pienamente auspicabile, non deve e non può escludere del tutto il mondo dell’endotermico di ultima generazione né può prescindere dall’idrogeno o dai biocarburanti, comparto in cui l’Italia sta avviando una filiera nazionale all’avanguardia. L’esclusività della trazione elettrica in tempi così brevi avrà un impatto ambientale, sociale e occupazionale dalle conseguenze catastrofiche. Si consideri che, ad oggi, le ricariche delle batterie avvengono con elettricità che in gran parte è prodotta da gas o carbone ovvero da fonti fossili.

L’impatto della mobilità elettrica, con i suoi prevedibili picchi di domanda da ricarica, sulle reti energetiche attuali sarebbe dirompente: per superare i disservizi di aumenti di carico sulla rete servono investimenti e interventi che richiedono tempi lunghi per poter essere portati a termine. Inoltre il full electric creerebbe una eccessiva e preoccupante dipendenza europea dalle batterie di paesi extra Ue–Cina, Indonesia e Australia – dove sono allocate le materie prime necessarie, i metalli nobili e i semilavorati chimici. Considerando il suo prezzo, l’auto elettrica sarà un acquisto di nicchia per molti anni: di fatto il grande pubblico non potrà cambiare l’automobile e dunque rinnovare il vetusto parco circolante, problema molto presente nel nostro Paese. Di conseguenza, le emissioni faranno fatica a scendere e l’auto potrebbe tornare ad essere un bene di lusso, come nell’Italia del dopoguerra. Con lo scenario geopolitico attuale, poi, una recessione potrebbe rallentare la crescita della diffusione dei veicoli elettrici, in particolare se i governi dovessero tagliere la spesa pubblica e gli incentivi.

Con uno step intermedio nella transizione energetica, orientato alla neutralità tecnologica, si metterebbe in sicurezza il comparto e si raggiungerebbero ugualmente gli obiettivi di tutela ambientale. La sostenibilità non può lasciare indietro nessuno e deve passare anche per i temi occupazionali, economici e sociali. Sul prossimo passaggio in seno al Consiglio Europeo e in vista del Consiglio dei ministri dell’Ambiente del prossimo 28 giugno, lanciamo un appello affinché gli stati membri che non hanno una tradizione nell’automotive o quelli con bassi costi energetici si accordino su soluzioni che armonizzino le diverse realtà industriali e commerciali dei singoli paesi. Chiediamo soluzioni che contemperino le esigenze di sostenibilità ambientale con quelle economiche e sociali, garantendo così contemporaneamente il raggiungimento dell’elevato obiettivo ambientale e una apertura verso il principio della neutralità tecnologica, tramite opportune finestre di flessibilità al fine di accompagnare la filiera automotive nel percorso di decarbonizzazione».

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