Da Termoli a Parigi: visita al cimitero di Père-Lachaise

Termoli venerdì 08 febbraio 2019
di Marcello Antonarelli
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Il cimitero di Père-Lachaise, Parigi
Il cimitero di Père-Lachaise, Parigi © travel365.it

TERMOLI. Beh: visitare il cimitero di Père-Lachaise di Parigi, non solo è “doveroso”, ma è la vita; lunghissimi minuti, forse qualche ora, a riflettere passeggiando tra labirintici piccoli sentieri su ciò che siamo stati, che siamo, con uno sguardo (preoccupato) al futuro di questo frenetico e vuoto mondo.

La folta vegetazione, la cura solo apparentemente trascurata dei ciottolati che ti indirizzano verso la destinazione che hai scelto, con lievi saliscendi, nella fortuna di una giornata tiepida e soleggiata, tutto questo attenua la mestizia del posto, prevalendo curiosità e attenzione per ciò che ti circonda; immagino il susseguirsi di sensazioni di ogni tipo in base al personaggio che incontrerò, al genere culturale o alla fase storica di cui è stato protagonista.

Un pannello all’ingresso elenca decine e decine di personaggi illustri, “ospiti sine die” del posto; e nel restare impressionato dai nomi scritti, con l’indicazione dei tragitti per cercarne la tomba, è come se avessi la sensazione che ciascuno di essi fosse seduto lì, davanti alla propria cappella, ad aspettare lo sconosciuto visitatore per farsi una chiacchierata, in un immaginario viaggio nel tempo per soddisfare ogni sua curiosità.

Sono disorientato, da dove cominciare? da Chopin o da Marcel Proust? da Edith Piaf o da Maria Callas? da Simone Signoret o da Yves Montand? da Camus o da Amedeo Modigliani?

Nell’incertezza decido di dirigermi subito verso la sepoltura di colui per il quale sono venuto per rendergli omaggio; cerco la sepoltura di James Douglas (Jim) MORRISON; poi lungo il percorso mi guarderò intorno per curiosare.

E camminando (lentamente, avendone il tempo) passo davanti a monumenti della storia, dell’arte, della cultura; e facendo piccole soste, stupore ed emozione mi assalgono: Moliere, Honorè de Balzac, Gioacchino Rossini, Bellini, Bizet, Apollinaire, Oscar Wilde e, recenti, Annie Girardot, Georges Moustaky ……. e tanti altri ……..; e non posso non esprimere la sensazione che, essendo un cimitero in uso,vedere il nome di uomini e donne “comuni” vicino ad illustri personaggi, mi porta a fare qualche intima riflessione sul “poi”: ci si rincontrerà…? mah….! mi viene in mente Dario Fo che, dopo la scomparsa di Franca Rame, a chi gli chiedeva se si fosse convertito al soprannaturale, rispondeva: “ Io credo nella logica: ma una volta di là, spero di restare sorpreso! ” ; ma questa è tutta un’altra storia.

Particolare è l’emozione che mi coglie quando leggo davanti ad una edicola funeraria: “Fryderyk Chopin”; una cascata di fiori freschi, da sembrare che i funerali si fossero svolti appena il giorno prima; scoprire poi(cosa che ammetto non essere sino ad allora di mia conoscenza) che il suo cuore fosse stato traslato a Varsavia e lì venerato dai polacchi come la reliquia di un santo, e lasciato cervello, corpo ed animaa Parigi come per continuare a far vibrare nell’aria le note dei suoi Notturni, mi ha suggestionato e, comunque, reso consapevole della eternità della musica, dell’arte in genere e della bellezza; valori oggi di cui è difficile trovare traccia.

Poca gente, sole tiepido; ho il tempo di cercare con calma la “dimora” di Jim seguendo le indicazioni lette all’ingresso; e, dopo qualche minuto, eccola!!! la vedo e mi sorprendo; contrariamente a quanto letto (essere la più visitata) non c’è nessuno; centinaia e centinaia di oggetti e cimeli di ogni tipo a circondare la sepoltura testimoniano, comunque, la frequentazione assidua e costante del posto; e mi trattengo diversi minuti ascoltando i commenti di chi passa, qualcuno fermandosi a rendergli omaggio, qualcun altro curiosando ed altri assolutamente indifferenti.

Fatta qualche foto, mi giro per andare via e, fatti non più di tre, quattro passi, dall’altra parte del viottolo una lapide attira la mia attenzione; vi è poggiata, come fosse su un comodino, la foto recentissima, tra fiori freschi, del volto splendido e sorridente di una ragazza non più che ventenne della quale credo di ricordare il nome: “Marie”; e poggiato lì un biglietto con una scritta a mano: “victime du Bataclan”!

Non posso non chinarmi, commuovermi, pregare e rispondere con tono flebile: “no” ad una coppia di anziani americani che mi chiede se la conoscevo; eppure la tentazione di rispondere “sì, era mia sorella” è stata forte, tanto mi aveva emotivamente coinvolto il recente attentato.

A quel punto la mestizia, lo sdegno e la rabbia mi prendono e non riesco più a guardarmi intorno; nulla più mi incuriosisce, comincia anche a piovere; ed allora preferisco guadagnare l’uscita, cercare la metro e andare via.

Mi sento diverso da quando sono entrato.

Marcello Antonarelli