​Diario di una domenica di Coronavirus

mercoledì 25 marzo 2020
di La Redazione
Campane della Chiesa di Santo Stefano in Assisi
Campane della Chiesa di Santo Stefano in Assisi © Youtube

URURI. L’unico segno della normalità perduta è il profumo canonico del ragù della domenica che si sente per le scale e che si sparge con forza dalle finestre e dai balconi aperti. Torna familiare e consueto anche lo squillo delle campane, che si ostinano a suonare pur senza richiamare nessuno: manca il solito movimento di gente che da più parti confluisce verso la via che porta alla chiesa e che conferisce un guizzo di vitalità alle ore sonnacchiose e lente dellamattinata festiva.

Arriva dalla tv il conforto di una messa a distanza, a ricordare, a chi ne sentisseil bisogno, il richiamo ad una spiritualità che forse in questo momento aiuta a fare un po’ di ordine nella confusione di pensieri, dubbi e interrogativi che affollano la mente.

Mancano gli appuntamenti familiari per i pasti conviviali, con le voci che si sovrappongono, il tramestio della cucina, il rumore di piatti e stoviglie e soprattutto la gioia di ritrovarsi tra genitori, figli, nonni, nipoti. E si fa sentire più forte il rimpianto del calore di un abbraccio, della dolcezza di un bacio, del vigore di una stretta di mano. Arriva la telefonata di qualche amica che si lamenta della “prigionia” forzata, della capigliatura scomposta perché non possiamo andare dal parrucchiere, del pio desiderio di fare qualche sortita a Termoli a fare shopping o magari mangiare una pizza insieme. Insomma sono scomparse all’improvviso le piccole cose che riempivano la nostra quotidianità e che ci collocavano in uno stato di tranquilla, rassicurante normalità.

Così ora, in una domenica di fine marzo, in un tempo abitualmente dedicato ai preparativi della Pasqua e alle sue sorprese, siamo oppressi dal peso angoscioso di un male che sta oscurando le nostre vite, che ci sta svelando la nostra vulnerabilità e la nostra fragilità, che ci sta privando delle nostre certezze e della nostra sicurezza, che impone per decreto la sospensione dei rapporti affettivi e sociali. Niente è più come prima.

Ma siamo un popolo dalle infinite risorse; lo dimostranola forza e l’abnegazione degli operatori sanitari, la solidarietà diffusa che si manifesta nelle comunità grandi e piccole, la creatività e l inventiva della gente comune che cerca con una canzone cantata a squarciagola nei balconi aperti di cancellare il senso di isolamento e solitudine cui le stringenti ma necessarie norme istituzionali ci stanno costringendo.

L’immagine degli arcobaleni disegnati dai bambini ci fa sperare che davvero vada tutto bene, che le tante menti eccellenti che sonoall’opera riusciranno a trovare il modo di controllare il nemico insidioso e invisibile che ci sta attaccando; che i nostri sacrifici non sono inutili; e che in un giorno non tanto lontanouno splendido gigantesco arcobaleno ridarà colore alla nostra vita.

Prof. Iana Puleggi