“Molise” fu il ‘nom de plume’ di Eduardo De Filippo

Perché il famoso Autore fu costretto a usarlo?

Spettacolo
giovedì 17 settembre 2020
di Claudio de Luca
Eduardo De Filippo
Eduardo De Filippo © Milano al quadrato

MOLISE. Nella biografia da lui scritta su Eduardo De Filippo, il critico Maurizio Giammusso rivela che, nel luglio del 1929, il commediografo partenopeo ed i suoi fratelli Tittina e Peppino colgono un successo comico al ‘Fiorentini’ di Napoli con la ‘piéce’ “Prova generale, tre modi di far ridere (la risata semplice, la risata maliziosa, la risata grottesca)”. Il prologo, e l’epilogo, sono del famoso Galdieri; i tre atti portano le firme di Maffei, Renzi e Betti, pseudonimi dei due congiunti. Ma perché usare cognomi non veri, atteso che Eduardo e Peppino, per tutti gli Anni ‘20 ed ancora all’inizio dei ‘30, si firmarono – di volta in volta – Tricot, Molise, C. Consul (ed altri ancora)? Una risposta la diede egli stesso trent’anni dopo, mettendola in relazione con le difficoltà che, a quel tempo, si aveva per fare accettare dagli impresari e dai Direttori di teatro il riconoscimento del diritto d’autore.

La Siae (Società italiana degli autori e degli editori) era nata da poco e stentava ad ottenere il pieno rispetto delle nuove regole. Pioniere di questa lotta per il giusto riconoscimento di quanto era dovuto fu, all’epoca, l’avvocato Capriolo a cui Eduardo fu a lungo riconoscente. Ma gli inizi furono duri. “Se, in quell’epoca, – disse il secondogenito dei figli naturali di Scarpetta - mi fossi intestardito a far valere il mio diritto di scrittore, l’impresario di turno mi avrebbe, senza pietà, ridotto il compenso dovutomi in quanto attore”. Ma, durante una di queste discussioni, gli venne una buona idea per difendersi dall’abuso:”Se si discute sul tanto quanto, che spetta all’Autore, e sul tanto quanto, che spetta all’attore, significa allora che sono nel mio buon diritto di ritenermi sdoppiato e contare per due.

Ma serrai la mascella e decisi di rinunciare ad una delle due foglie d’alloro. Insomma, nella necessità di dovermi servire di quella spettante all’attore, sacrificai l’altra, più ambita. E così sui manifesti, striscioni e locandine fece la prima apparizione il signor Tricot”, e poi un certo Molise. In realtà il racconto eduardiano è gustoso ma contrasta con altri fatti. La paga di Eduardo, nel 1930, era maggiorata fino a 50 lire giornaliere proprio perché doveva collaborare alla stesura dei copioni. Perciò gli pseudonimi erano diffusi per varie ragioni, e non solo per quelle connesse al pagamento dei diritti d’autore.

Pure quando fu applaudito al ‘Sannazaro’ Eduardo si negava come attore. Ma un recensore napoletano, Saverio Procida, cominciò a scrivere:”Ma quanto è bravo questo sig. Molise! Lavora per la Compagnia De Filippo da un pezzo, ma non si lascia scoprire, manco dopo una serie di successi convalidati da diecine di repliche. Anzi, si guarda bene dal comparire in iscena accanto ad Eduardo, Tittina e Peppino. Dovremmo pur conoscerlo, un giorno, questo signor Molise, per trarlo dall’oscurità e congratularci personalmente non solo per i facèti canovacci, con cui la triade De Filippo batte moneta, facendo scompisciare dal troppo ridere migliaia di spettatori, quant’anche per la fecondità delle intestazioni
di ogni sua commedia”.

Ma non finisce qui la storia dello pseudonimo. Nel dicembre del 1934 Eduardo scrive a Mario Mangini, marito di Maria Scarpetta (la sorellastra attrice), per dolersi “di uno sconcio che va verificandosi da più di un anno”. Mangini, in sostanza, andava rivelando che i copioni firmati “Molise e Mascaria (Maria Scarpetta, appunto) erano il frutto esclusivo dell’ingegno della sua signora. “Isa Bluette e Navarrini - dice Eduardo – mi dissero a Bari che, durante la tua permanenza a Torino, eri arrabbiato con l’Autore che stava recitando, alla chetichella, un tuo lavoro: ‘Sik Sik’. Vero è, invece, che, al tempo del ‘Kursaal’ (ovvero Eduardo e Maria Scarpetta) le cose del ‘Teatro nuovo’ andavano a rotoli ed a rotta di collo, tanto che Maria, non sperando nel solito guadagno, trovava il tempo di raffazzonare dei copioni che io stesso le indicavo, scena per scena. E, se hai coscienza, devi
riconoscere che, a copione ultimato, io, povero disgraziato, alle prove rifacevo tutto da capo; così del copione di Maria non rimaneva che il ‘Mascaria’ solo per consentirle di ritirare il 50% dei diritti d’autore”. Dopo tre mesi, ed una buona dozzina di lettere, l’attore decide di dare un taglio netto alla vicenda e si rivolge all’avv. Gino Capriolo, rappresentante della Siae a Napoli:”Ho rinunciato, da tempo, ai lavori firmati con Mascaria perché non rispondono agli interessi del mio teatro.

Ora potranno recitare quei testi anche altre Compagnie, fatti salvi – naturalmente – i diritti e la doppia paternità Molise-Mascaria”. La rottura con la sorellastra Maria ed il cognato Mangini si consuma nella primavera del 1935, ma il tempo ricucirà questa ferita.

Per capire meglio la situazione, vediamo cos’era la Società italiana degli autori e degli editori (Siae). Si trattava di un ente pubblico economico, a base associativa, preposto alla protezione del diritto d’autore. In sostanza era una associazione di gestione collettiva senza scopo di lucro. Dalla costituzione (1882) ha assunto diverse denominazioni: dapprima SIA (Società italiana degli autori), poi - dal 1882 al 1926 - SIAE (Società italiana degli autori ed editori); dal 1926 al 1942 fu EIDA (Ente italiano per il diritto d'autore) e, infine, di nuovo SIAE (dal 1945). Oggi svolge anche funzioni connesse con la protezione delle opere dell’ingegno e può assumere, per conto dello Stato, di enti pubblici o privati, servizi di accertamento e di riscossione di tasse, contributi e altri diritti. L’Associazione è la cassaforte storica per chi scrive romanzi e ‘pièce’ teatrali oppure compone musica.

Claudio de Luca