Maria Grazia Calandrone a Termoli: ‘Splendi come vita’ e la rinascita dalla perdita

Dall’abbandono alla nuova vita, costellata dal delicato equilibrio tra Amore e Disamore fino alla perdita: Maria Grazia Calandrone, candidata al Premio Strega 2021, mette a nudo la sua anima per la prima volta a Termoli.

Cultura
sabato 14 agosto 2021
di Valentina Cocco
Maria Grazia Calandrone
Maria Grazia Calandrone © TermoliOnLine

TERMOLI. È una serata come tante, un venerdì 13 agosto, al Teatro Verde di Termoli. L’aria diventa più fresca e mentre la platea sceglie i posti, facendo attenzione a selezionare quelli in cui la visuale è migliore, Maria Grazia Calandrone fa il suo ingresso. Maglia e pantalone, scarpe comode ed una cascata di capelli ricci di colore nero e argento, per la serata ‘Scrittori al Parco’ organizzata da Daniela Battista de ‘La casa del libro’ che modererà l’evento ed Emiliana Erriquez della libreria ‘Il vecchio e il mare’.

Una donna qualunque, a vederla così, senza pretese e vanità, come se il suo libro ‘Splendi come vita’ candidato al Premio Strega 2021 non sia uno dei più seguiti, letti ed apprezzati dell’ultimo mezzo secolo. Uno straordinario sorriso le illumina il volto mentre saluta i presenti e si concede, senza filtri, al pubblico nel perfetto stile del suo romanzo. «La mia prima volta a Termoli», tiene subito a chiarire, ma non la prima in Molise dove oggi sarà a Palata ospite della sua famiglia che ha conosciuto adolescente in un viaggio con Madre: «Pranzerò da mio zio, il fratello di mia madre naturale. Mia nonna preparò per me anche la dote e mi disse: ‘Sapevo che tornavi’. È da lì che inizierà il seguito di ‘Splendi come vita’ – confessa a TermoliOnLine che l’ha ascoltata in questa doppia intervista con la nostra preziosa collaboratrice Dalila Catenaro – Ho tante domande a cui rispondere, vediamo come va».

Una narrazione archetipica, in prosa, di uno strappo, una perdita, narrata in una lunga lettera d’amore alla madre adottiva da lei ‘fragorosamente delusa’, come scrive la stessa Calandrone nelle pagine; ma anche un riscatto della sua vita che, fin da giovanissima, è stata oggetto delle cronache nazionali, suo malgrado, passando dalla ‘bambina che non ha più nessuno, abbandonata dai suoi genitori biologici suicidi nel Tevere’ alla donna forte, madre e moglie, che è oggi e di cui vi avevamo già parlato durante l’intervista in esclusiva lo scorso marzo.

La perdita è il fil rouge del romanzo, tra i più votati dalla sezione giovani dello Strega, che segue le vicende dell’autrice alla costante ricerca dell’equilibrio emozionale in cui Madre la pone, a partire dalla rivelazione della sua adozione e che rappresenta la ferita del loro rapporto che, inesorabilmente, cadrà nel Disamore: un dialogo crudo, sincero e a tratti divertente come lo è la prosa con cui Maria Grazia Calandrone affronta e racconta la sua vita e celebra l’amore dell’autrice per la Madre (adottiva): «La accompagno ovunque lei sia, anche se è mancata 20 anni fa».

Un viaggio che descrive il coraggio di rinascere da una perdita perché, come confessa la stessa autrice: «Chi è stato disarmato ha due scelte: può continuare a fare quello a cui è abituato o prende coraggio e riparte da capo, come se fosse una nuova persona. Volevo raccontare questa relazione sciolta, il rapporto emblematico nella sua stranezza».

È proprio quel coraggio di rinascere dalla perdita, costruendo un nuovo ‘Io’ che si muove il racconto: strappando quelle parole al silenzio in cui erano condannate a restare, Maria Grazia Calandrone costruisce il filo di una psicologia viva, a volte cruda, che descrive il complicato mondo tra una Madre, adottiva, e sua figlia, in un intercalare di emozioni che, come uno sciame di vespe, si muove all'unisono, compatto. E così accade per l’amore e il disamore che viaggiano insieme, su un precipizio di emozioni, mostrandosi l'uno bisognoso dell'altro per sopravvivere.

«Subire disamore – ha svelato Calandrone – Equivale a perdere punti di riferimento. Sentivo che Madre era cambiata, ma non capivo perché. Il suo è stato un cambiamento lento, un accumulo di equivoci che l'ha portata a questo. Dolore che cresce su dolore, amore che genera disamore, un rapporto sempre oscillante che si muove così».

Un Disamore che viene colmato, in qualche modo, dall’amore di sua nonna, donna forte, autoritaria e senza paura: «Ero alla conquista costante di mia madre – racconta ancora Calandrone - Ho impiegato tanti anni per capire il perché mi trattasse così, ma non lo sapeva nemmeno lei. Mia nonna è stata una grande figura della mia vita: viveva con noi e quando mia madre ha iniziato a comportarsi in maniera strana, lei ha supplito alle sue mancanze. Non sono mai stata non amata, avevo una Madre doppia».

Una vita costellata da Disamore, è vero, ma in cui Maria Grazia scopre se stessa anche grazie alla clausura: la pittrice, la poetessa, la cercatrice di emozioni. Ed è così che, poco più che ventenne, incontra Ornella Muti, attrice di spicco di quegli anni, che diverrà per lei l’amica oltre il mito: «Ornella Muti è una storia assurda e mai compresa. Quando era piccola disegnavo e dipingevo spesso una donna che sognavo ogni sera. Non avevamo la tv in casa per scelta politica dei miei genitori comunisti. Mentre la disegnavo pensavo che fosse la mia mamma biologica. A casa non c’erano nemmeno i rotocalchi per cui non avevo mai visto quella donna. A 18 anni decido di voler acquistare un televisore e, una volta acceso, ho visto il viso della Muti. Mi è venuto un colpo perché era donna che disegnavo. A 21 anni decido che Ornella Muti dovesse saperlo e la aspetto fuori dagli studi tv con un fascio di disegni. La incontro e le racconto la storia. Da allora, non so come, siamo diventate amiche».

Ma Ornella Muti è anche il ponte che apre il mondo di Scientology: «Sono entrata per caso, dopo averne parlato con una donna della redazione del programma tv di Ornella Muti. Lei mi raccontò che disegnavo Ornella perché, in una vita passata, ci eravamo conosciute. Tornata a Roma mi misi in contatto con la sede dove raccontai la storia ed entrai nelle loro file, non dopo aver partecipato a un corso. Diventai auditor: il mio compito era ascoltare le storie degli altri per guarirli. Ricordo di quest’uomo che, sotto ipnosi leggera, ricordò di essere stato un cavallo in una vita passata. Si mise a nitrire e scalciare ma una volta uscito di lì mi confessò di non essere più afflitto dal mal di schiena che lo teneva in ostaggio da tempo. Ne sono uscita, era una setta ed io non ho il temperamento per stare in una setta» .

E poi Padre. Uomo di sinistra, sindacalista, combattente e politico: «Mio padre era uomo meraviglioso che seguiva la libertà e l’etica applicandole a qualunque cosa. Un uomo che, purtroppo, è venuto a mancare e che ha suscitato in mia Madre un crollo verticale. Al suo timore di non essere amata si era aggiunta la mancanza di questo uomo straordinario». Una carenza a cui l’autrice cerca di mettere una pezza: si rasa i capelli e fa l’uomo di casa. «Mio padre mi disse di prendermi cura di mia madre. Io l’ho preso alla lettera. Solo più tardi ho capito che intendeva di tranquillizzarla, di non farla penare e di starle vicino».

Un volume scritto in poco meno di un mese, non dopo tante peripezie e blocchi dello scrittore: «Ho faticato a scriverlo e ci ho provato varie volte, ma non avevo trovato la serenità o la lingua giusta. Durante il lockdown scrivevo con una media di 20 ore al giorno che mi ha causato una tendinite da cui ancora non guarisco. Dopo tutto il dolore di una vita se ne vede lo splendore. C'è il senso dello spreco che turbava questa donna splendida. La compassione è il sentimento che è stato la parola guida di tutta la mia poesia che nasce da un equivoco, basato sul sentimento che Madre (adottiva) ha avuto per mia madre biologica, ma era il suo sentimento. Raccontando la storia di mia madre ho visto il mondo con i suoi occhi, rivedendo lo splendore della sua vita».

Un romanzo da leggere tutto d’un fiato, che racconta le due facce di un amore in grado di salvare una vita, non senza rimpianti e lacrime: «È il cerchio della vita. Facciamo il massimo di ciò che possiamo fare, ma se in quel momento non abbiamo la capacità di risolvere la questione, non dobbiamo farcene una colpa».